Horst Fantazzini

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Saggi

IL CAMMINO DELLA SPERANZA

Il cammino della speranza era il titolo d'un bel film del neorealismo italiano del 1950 di Pietro Germi. Narra le traversie d'una famiglia italiana che, attirata dal miraggio d'un lavoro, attraversa clandestinamente il confine francese. Dopo molte peripezie attraverso le Alpi, riescono nel loro intento ma, appena giunti in Francia, vengono fermati da una pattuglia di guardie di confine. Dopo un drammatico dialogo con il capo pattuglia dalle lontane origini italiane, costui chiude gli occhi concedendo la prosecuzione del loro cammino della speranza.
Erano anni duri, per noi italiani, quelli del dopoguerra. Il boom economico si sarebbe verificato solo negli anni sessanta. I nostri padri, per sfuggire miseria e disoccupazione, riempivano le miniere belghe, le acciaierie tedesche, i cantieri francesi. Navi cariche d'emigranti partivano verso l'America dove, all'ombra della statua della libertà, venivano tenuti in quarantena in centri d'accoglienza per essere sottoposti ad accertamenti medici, morali e giudiziari.
La storia dell'uomo è costellata di transumanze. La fatica di vivere spinge varia umanità a spostarsi dai luoghi di povertà assoluta ad altri in cui
s'intravede una speranza di sopravvivenza, una possibilità di vita ai margini d'un benessere che li attira come un irresistibile miraggio.
Viviamo un'epoca di profonde trasformazioni. Il potere forte del capitale non conosce più confini in una globalizzazione che sembra inarrestabile.
I poveri diventano sempre più poveri ed i ricchi più ricchi.
Ed i più poveri li si vorrebbe tenere rinchiusi nei confini della loro miseria.
Compiliamo statistiche su quanti bambini, nel terzo mondo, muoiono di fame ogni giorno.
All'ora di pranzo la televisione ci informa di carestie, guerre, genocidi, mostrandoci pattuglie che sorvegliano le nostre coste per cercare d'impedire ai disperati del mondo d'avvicinarsi al nostro supposto benessere, in una triste guerra tra poveri.
I mass media, pilotati da convenienze elettorali di partiti e partitini, creano emergenze mirate a produrre allarme sociale e così lo scippo dell'albanese finisce in prima pagina mentre il ladrocinio d'alto bordo improvvisamente non fa più notizia.
Cresce il sentimento di xenofobia in una nazione storicamente tollerante ed i poveri vedono minacciato il loro livello di media povertà da altri più poveri, che gli toglierebbero spazi e lavoro, dimenticando che gli immigrati coprono i lavori più umili che nessun autoctono vuole più fare, così come noi italiani, nei decenni scorsi, facevamo il lavoro che tedeschi, francesi, belgi, americani, rifiutavano perché considerati umilianti.
Nella migliore delle ipotesi si parla di integrazione piuttosto che accettazione delle diversità. Noi occidentali veniamo da una cultura colonialista che ha sempre cercato di sottomettere ed integrare i diversi rispetto ai nostri schemi culturali e religiosi.
La diversità può, dovrebbe essere, reciproca crescita ed arricchimento culturale.
E allora, i diversi ci insegnano:
Vivere una sola vita
in una sola città,
in un solo paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo,
è prigione.
Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà,
conoscere una sola logica
è prigione.
Ndjock Ngana (da Nhindo Nero)
Noi li chiamiamo illegali, clandestini, perché ci manca il coraggio di guardarli e definirli per quello che sono, cioè uomini e donne senza passaporto, persone che cercano un'esistenza migliore, una possibilità di vita dignitosa.
Li chiamiamo extracomunitari poiché non fanno parte della nostra ristretta comunità europea, basata su decisioni politiche ed economiche più che su valutazioni geografiche e storiche.
E con l'ondata xenofoba montante, il termine extracomunitario acquista connotati spregiativi anche se nessuno si sognerebbe di chiamare così uno svizzero o uno statunitense.
Viviamo in un'epoca ed in un mondo in cui valori forti come solidarietà, fratellanza, uguaglianza, sono stati stritolati da poteri economici che tutto appiattiscono riducendoli a fattori di disturbo dei loro progetti, dei loro bilanci, dei loro interessi.

Horst Fantazzini, giugno 2000

testo letto durante una trasmissione a Radio Città del Capo - Bologna