Horst Fantazzini

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Dal 24 luglio al 4 settembre 2005 - Sette ritratti dei protagonisti più noti della "mala" italiana, del loro mondo, del nostro tempo, ogni domenica su Liberazione da

COLPO GROSSO. BANDE E SOLISTI DELLA RAPINA ALL'ITALIANA
di Olga Piscitelli

Domenica 24 luglio Ugo Ciappina e le tute blu
Domenica 31 luglio Luciano Lutring, il solista del mitra
Domenica 7 agosto Pietro Cavallero, il compagno bandito
Domenica 14 agosto Horst Fantazzini: era quasi fatta
Domenica 21 agosto Francis Turatello: Faccia d'angelo
Domenica 28 agosto Albert Bergamelli e i Marsigliesi
Domenica 4 settembre Renato Vallanzasca, bandito galante

Olga Piscitelli, giornalista milanese di nera, racconta la storia delle rapine e dei rapinatori più famosi d'Italia. Fatti e personaggi entrati quasi nella leggenda, una parabola criminale lunga più di mezzo secolo. I sette capitoli del libro "Colpo grosso. Bande e solisti della rapina all'italiana" (Editrice ZONA) che leggerete su "Liberazione" ogni domenica, dal 24 luglio al 4 settembre, sono altrettanti ritratti di alcuni dei protagonisti più noti della "mala" italiana, del loro mondo, del nostro tempo.


Era quasi fatta, Horst Fantazzini
da "Liberazione" 14 agosto 2005 - di Olga Piscitelli

«Nella classificazione delle tipologie penso d'essere stato inserito nella categoria "dinosauri e tartarughe". Credo che, più che di comitati di liberazione dell'area anarchica, di me dovrebbe interessarsi il Wwf, sezione "specie in via d'estinzione"».
Rapinatore all'antica, legato a codici criminali ormai in disuso, bandito gentile, Horst Fantazzini se ne è andato proprio come una tartaruga, con il suo guscio di carcere addosso. Si è sentito male la vigilia di Natale del 2001, alla Dozza, il carcere di Bologna, stroncato da un aneurisma all'aorta, mentre faceva la doccia. Ucciso a sessantadue anni dallo stress e molto più probabilmente dal peso di un futuro ormai senza scampo, stretto in quelle quattro mura.

Diceva sempre: «Ormai è fatta». C'era un pizzico di rassegnazione nella frase che sfoderava dopo ogni colpo, dopo ogni tentativo di fuga. Una filosofia amara ma senza rabbia che l'anarchico dal cuore gentile, Horst Fantazzini, applicava nei momenti buoni e in quelli cattivi. Ormai è fatta, deve aver pensato con rammarico l'ultima volta, quando il 19 dicembre del 2001, la polizia lo arrestò con un complice, C. T., mentre scappava in bici. Aveva tentato di svaligiare la Banca Agricola Mantovana a piazza di Porta Mascarella, a Bologna, era stato messo in fuga da un cliente sveglio che aveva dato l'allarme.

Horst, 62 anni, trenta dei quali passati dietro le sbarre, era un bandito di poche pretese, sicuramente d'altri tempi, alle prese, per tutta la sua esistenza, con furti di piccolo calibro, rapine quasi -indolori. Puntava a uffici postali o sportelli bancari di periferia e di provincia. Obiettivi facili, perché agiva da solo, usava armi giocattolo e odiava la violenza. Ma il suo curriculum, almeno sulla carta, non ha nulla da invidiare ai colleghi più famosi. Ha maneggiato tritolo, simpatizzato per le Brigate rosse, è scappato dalle carceri di massima sicurezza e ha fatto parte delle rivolte più sanguinose esplose nel cuore delle case circondariali. È lungo l'elenco di reati contestati. E sono tutti reati pesanti: associazione sovversiva, banda armata, rapina e possesso di armi. Era in semilibertà, quando tentò l'ultimo colpo. Fosse stato tranquillo, ne avrebbe avuto fino al 2019.

«Un balordo, vittima di se stesso, un disgraziato che si è rovinato con le sue mani e il suo istinto», lo definisce Ezio Monteleone, il regista che alla vita di Horst Fantazzini ha dedicato un film, "Ormai è fatta", uscito nelle sale nel 1999, tratto dall'autobiografia del rapinatore. Sul grande schermo, Horst ha la faccia di Stefano Accorsi. Per la stampa è sempre stato il "bandito cortese" o "il ladro gentiluomo", e le sue imprese non hanno guadagnato che lo spazio di qualche riga in cronaca. Continue evasioni e cattive compagnie lo hanno traghettato nel mondo dei duri, spostando sempre più in là il termine di fine pena.

Il ritratto di Horst dipinto dall'ultima compagna di vita, Patrizia "Pralina" Diamante nel libro "L'ultimo colpo di Horst Fantazzini", stride con quello dei rapporti della polizia. L'uomo affettuoso che le scrive: «Ogni minuto che trascorro qui, dopo aver assaggiato la libertà con te, è un tormento infinito, ma vivo per il nostro futuro insieme, per le cose che stiamo faticosamente costruendo e questo sogno è l'unica mia ragione di vita», è lo stesso che nell'81, mentre era detenuto a Nuoro, tentò di far recapitare ad altri detenuti bottiglie di shampoo al tritolo. Dovevano servire per scardinare bracci di sicurezza e divellere porte, in una rivolta contro il sistema detentivo.

Il nomignolo di "ladro gentiluomo" se l'era invece guadagnato per i modi cortesi: una volta, a una cassiera svenuta per la paura durante una sua rapina, inviò un mazzo di rose.

«Nell'89 sono uscito per la prima licenza. Al momento il mio fine pena era il 2010. Nell'89 avevo scontato già ventun anni, me ne restavano altri ventuno. Ho avuto la mia prima licenza, la prima volta sono rientrato; ho avuto la seconda, la seconda sono rientrato, e le cose, diciamo così, si stavano mettendo a posto, avevo richiesto il lavoro, per l'articolo 21... Per la semilibertà insomma. Però quando sono stato in licenza ho ritrovato dei compagni che erano in carcere con me all'epoca, erano in semilibertà, di giorno, fuori, lavoravano, e la sera tornavano in carcere. E mi fecero un'impressione penosa, pensai: noi che abbiamo passato una vita a cercare di distruggere le carceri, di uscire dalle carceri, ora suoniamo il campanello per entrare. E ho avuto, come dire, questa crisi personale: ho deciso di non rientrare. Mi sembrava una contraddizione, dico: vada come vada, questo, la scelta di essere io a diventare il mio carceriere, non la posso fare. E non sono rientrato».

«Sono nato per la galera», ironizzava. Era nato in Germania il 4 marzo del 1939, Horst, con quel nome duro che significa rifugio, nido. Figlio di Libero, irriducibile anarchico, eroe della Resistenza e della guerra di Spagna con qualche trascorso da rapinatore, e di Bertha Heinz, che veniva invece da una famiglia di minatori di origine tedesca. Anarchico come il padre, che, fino agli anni Settanta fece parlare di sé, quando riempì di striscioni la torre degli Asinelli contro le bombe di Stato e per la liberazione di Valpreda, Horst finì in galera come bandito comune. Ai tempi, poco più che ventenne, sposato e padre di un bimbo, campava di assalti a uffici postali e negozi, agiva da solo, pregava impiegati e commercianti che teneva sotto la mira della pistola: «Non urlavo, mi rivolgevo loro fermamente ma con gentilezza, spesso scherzando per sdrammatizzare. Se nella banca c'era gente, aspettavo pazientemente il mio turno, facendo finta di controllare delle cifre su un foglio, finché la sala si svuotava. Allora mi avvicinavo alla cassa, poggiavo la borsa sul tavolo e, al posto di una cambiale da pagare, tiravo fuori la pistola. Tranquillamente dicevo al cassiere: stai calmo, dammi i soldi e non ti succederà nulla. Spesso gli altri impiegati non si accorgevano nemmeno che c'era una rapina in corso. Ricordo che una volta rapinai una banca a Tagliuno, tra Bergamo e Iseo. Fatto il colpo, scappai in macchina verso Iseo, ma prima di entrare in paese, lasciai l'auto in un garage, chiedendo che cambiassero l'olio e la lavassero e dicendo che sarei passato a riprenderla più tardi. Salii su un autobus e feci a ritroso la strada che avevo già percorso per scappare. Arrivai a Tagliuno davanti alla banca che avevo rapinato quindici minuti prima. C'erano i carabinieri e una gran folla. La gente sull'autobus faceva commenti, e una signora seduta accanto a me disse che ci sarebbe voluta la pena di morte. Io le diedi ragione. Arrivato al capolinea a Bergamo, presi un pullman di linea per Milano. Ero tranquillo: autobus e pullman non venivano fermati ai posti di blocco».

«Stai calmo e dammi i soldi» è una formula che rende. Fantazzini riesce a farla franca in Italia, ma anche in Germania e Francia. Lo fermò alla fine solo lo sgambetto di un gendarme che a luglio del 1968, dopo una rapina in banca a Saint-Tropez, in Costa Azzurra, lo fece finire in carcere per quattro anni. Sarà l'inizio della sua lunga odissea carceraria. Estradato in Italia, i giudici bolognesi lo condannarono a undici anni: il massimo della pena. Sente sulle spalle tutto il peso di quella condanna che ritiene ingiusta e appena può, scappa. Succede nel luglio del 1973, mentre è a Fossano, il carcere di massima sicurezza in provincia di Cuneo. Quella storia l'ha racconta lui stesso nel libro "Ormai è fatta". Una storia che inizia con una torta di panna, farcita della rivoltella, una Mauser, con la quale terrà in scacco direttore e agenti. Riuscì a farsela consegnare passando tutti i controlli. Fa tutto da solo: prima tenta di minacciare le guardie al portone di ingresso, ma le guardie reagiscono e Horst spara. Ferisce gravemente il portinaio e un graduato. Poi, asserragliato nei locali della direzione del carcere, Fantazzini manda avanti una trattativa per dodici ore, sequestra due agenti, chiede un'auto, una Giulia 2.000, e cento milioni di lire: «Se mi inseguite ucciderò i secondini».

La polizia finge di cedere, porta l'Alfa in cortile. Poi, appena Horst esce, i cecchini gli sparano addosso riducendolo in fin di vita. Per quella vicenda, fu condannato a diciott'anni di reclusione, più due in una colonia agricola: tentato omicidio, sequestro di persona, minaccia a pubblico ufficiale e detenzione di armi. Da quel momento diventa "detenuto ad alto rischio", e comincia a girare senza sosta per il "circuito dei camosci", le carceri speciali di massima sicurezza.

Se c'è da menare le mani, non si tira mai indietro. Non firma proclami politici ma sta sempre dalla parte dei compagni. Nel 1977, partecipa con un gruppo di estremisti di sinistra a un pestaggio nel carcere di Volterra contro neofascisti. Nel 1978, fa da spalla al brigatista rosso Maurizio Ferrari e a Domenico Delli Veneri, dei Nuclei armati proletari, in un tentativo di rivolta nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara.

A Cuneo, nel 1983, era vicino di cella di Tommaso Buscetta, il boss della mafia che, ai tempi, non si era ancora pentito: «Prima o poi me ne andrò da questo letamaio» rise.

«Tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, le carceri erano piene di compagni. Le carceri speciali erano una decina: Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Termini Imerese, Favignana, Pianosa, l'Asinara e Nuoro. Voghera per le compagne. Poi c'erano sezioni speciali in quasi tutte le altre carceri. Per una decina d'anni, noi detenuti "differenziati" non abbiamo più avuto rapporti con gli altri detenuti.

Era prassi tenerci in carceri il più possibile lontane da casa, per rendere estremamente difficoltosi i colloqui, che comunque venivano effettuati con vetri divisori e citofoni. La corrispondenza era sottoposta a censura. Non potevamo ricevere pacchi di viveri dall'esterno, era consentita solo la ricezione di libri e indumenti... Belushi diceva che quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. Ed è vero. È incredibile la creatività che l'uomo riesce a sprigionare nei momenti difficili. Il trattamento duro cementa il gruppo e dilata la solidarietà. Eravamo tutti uniti e inventavamo canali di comunicazioni incredibili per rompere l'isolamento fisico».

È anche tra gli organizzatori della rivolta dell'85, nelle carceri di Badu 'e Carros e di Nuoro, contro il "regime di detenzione speciale" cui era stato sottoposto insieme a un gruppo di brigatisti rossi. Nell'89 non rientra da una licenza al carcere di Alessandria. Lo riacciuffano e lo condannano per banda armata: secondo i giudici fa parte di Azione rivoluzionaria, un gruppo terroristico che si autofinanzia con sequestri di persona e rapine. Il 3 gennaio del '90, approfittando di un permesso di dodici giorni evade dal carcere di Busto Arsizio, lo arrestano un anno dopo in una villetta del litorale romano presa in affitto spacciandosi per un ingegnere separato dalla moglie. Nel frattempo per mantenersi aveva compiuto un'altra rapina "gentile" nell'agenzia di Cori della Cassa di Risparmio di Roma. Dentro casa, i poliziotti trovano tre pistole, numerose munizioni, manette, una radio sintonizzata sulle frequenze della Questura, banconote e documenti di identità falsi, trenta milioni di lire in contanti, e numerosi blocchetti di assegni.

Poi si calma, si trasforma in un detenuto modello. Scrive e rilascia interviste. Una finisce nel libro di un notaio torinese, Remo Bassetti, dal titolo "Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia da Kant all'indultino", pubblicato a gennaio del 2003. L'anarchico Horst Fantazzini si guarda dentro e racconta di quelle celle che diventano «un'incubatrice di rabbia e di dolore».

«C'è tensione fra detenuti stranieri, più tra loro che con le istituzioni, non riescono a trovare un linguaggio comune, c'è un tasso elevato di analfabetismo che rende difficile la difesa dei propri diritti».

Diceva: «Dopo anni di galera, ho acquisito la tendenza a chiudermi in me stesso. Non è facile sopravvivere tra opportunismo e rassegnazione. Ci si riesce a condizione di ergere steccati tra sé e gli altri. Odio la prepotenza e l'ipocrisia. Ma appena ho a che fare con persone vive e leali, mi apro completamente. Se sono rimasto integro è perché ho avuto la fortuna di vivere rapporti intensissimi con persone che, da fuori, non mi hanno mai fatto mancare la loro amicizia e il loro amore».

Spera nella grazia, ci conta quasi: «Sennò dovrò rimanere al fresco sino al 2019. Ma in questo paese escono tutti, anche i peggiori assassini, tranne il sottoscritto che non ha ucciso nessuno».

Quando presentano il film tratto dalla sua autobiografia, a Torino, nel '99, gli negano il permesso.

Il 19 dicembre del 2001, a Bologna, per l'ultimo colpo, nella sporta della bicicletta aveva nascosto due cutter, due calzamaglie e due paia di guanti in lattice. Un corredo anacronistico, buono piuttosto per il sogno di una rapina. Nella Banca Agricola Mantovana, Fantazzini non è mai entrato. Ha fatto appena in tempo a varcare la prima della due porte di sicurezza insieme a un cliente, mentre il complice faceva da palo. L'ora era già quella della chiusura per la pausa pranzo. Il cliente, spaventato, ha fatto un cenno d'allarme attraverso il vetro agli impiegati e il bandito, riportano i giornali, «vistosi perduto, è fuggito». T., il complice, pure lui anarchico, era amico di Horst. Nel '91, erano finiti, insieme, al centro di un'operazione antiterrorismo. Alle 13, mezz'ora dopo la sceneggiata della banca, erano già in manette. Cinque giorni dopo, Horst muore in carcere.

(* nota della redazione di horstfantazzini.net: oltre le fonti mai citate, e quindi non verificabili, da vari giornali di cronaca, per correttezza verso i nostri lettori, aggiungiamo che le frasi discorsive in virgolettato sono estratte da interviste pubblicate nell'inserto del Comitato per la liberazione di H. F. 1999 - e dall'intervista apparsa su "Umanità nova" gennaio 2000. Il romanzo "L'ultimo colpo di H.F." di Pralina Diamante, è stato pubblicato da Stampa Alternativa, 2003. Nello stesso anno è uscito nelle librerie il saggio "Derelitti e delle pene. Carcere e giustizia, da Kant all'indultino" di Remo Bassetti, Editori Riuniti, 2003)


RASSEGNA STAMPA
RAI - 02/09/2005 - 09:00
Programmi
Messa in onda: 03/09/2005 13:00 - RADIO 2

RAI RADIO2: A 'TUTTI I COLORI DEL GIALLO' I SOLISTI DEL MITRA

I solisti del mitra. E' questo il tema della puntata di "Tutti i colori del giallo" di Luca Crovi, in onda su Rai Radiodue, sabato 3 settembre alle 13.00.

La storia della rapina all'italiana è fatta di vicende e nomi assai noti: la "tuta blu" di via Osoppo Ugo Ciappina, "il solista del mitra" Luciano Lutring, il "compagno bandito" Pietro Cavallero, il "ladro cortese" Horst Fantazzini, "faccia d'angelo" Francis Turatello, il capo del clan dei Marsigliesi Albert Bergamelli, il "bel René" Vallanzasca, Francesco Gorla e Sebastiano Mazzeo, gli spietati mitraglieri di via Imbonati, il giustiziere rosso Cesare Battisti... E sono proprio questi criminali di professione ad essere protagonisti di una puntata speciale di “Tutti i colori del giallo” che analizzerà le storie di rapinatori raccolte dalla giornalista Olga Piscitelli nel suo libro “COLPO GROSSO” (Zona), un libro documentato come un'inchiesta, appassionante come un poliziesco, tragico come un noir. La Piscitelli per l’occasione racconta la storia delle rapine e dei rapinatori più famosi dell'ultimo mezzo secolo. E, tra le righe di vicende più e meno conosciute, proprio mentre nel nostro Paese le rapine tornano in preoccupante aumento, ci offre una serie di dati allarmanti: sono i numeri dell'impunità, di centinaia di crimini e delitti che restano senza un colpevole. A volte senza neanche un perché. Epicentro del "fenomeno" la città di Milano e il suo hinterland: la capitale finanziaria d'Italia, nel primo e secondo dopoguerra, è stata il principale teatro dei più sanguinosi ed eclatanti episodi criminali legati al denaro,una sorta di delirio senza confini di classe, ideologici o morali, sullo sfondo di un'Italia che cambia. Assieme ad Olga Piscitelli a raccontare le vicende dei piccoli e grandi criminali italiani sarà Luciano Lutring, il “bandito rapinatore romantico” come lo definirono i giornali francesi che per anni fece del mitra il suo inseparabile compagno.