Horst Fantazzini

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Era quasi fatta!
di Pino Cacucci
e Patrizia Diamante

A Rivista anarchica
anno 29 n.256, estate 1999



Un film scomparso quasi subito dalle sale. Un libro introvabile. Un uomo in carcere da trent’anni. L’allucinante vicenda di Horst Fantazzini.

Obbrobrio giuridico

Pino Cacucci a colloquio con il regista Enzo Monteleone

"Il libro autobiografico di Horst Fantazzini, Ormai è fatta, l’ho trovato su una bancarella di fondi di magazzino, quelli da "tutto a mille lire", confuso tra mucchi di gialli consumati da chissà quante mani... Mi ha attirato la copertina, con quella terribile foto di lui crivellato di pallottole. Poi l’ho letto, e ho pensato al film Quel pomeriggio di un giorno da cani. È una storia straordinaria, che fa parte degli anni settanta pur senza appartenere ai grandi eventi tragici di quel periodo. Ne ho parlato con il produttore Piccioli, che si è subito lasciato contagiare dal mio entusiasmo. Ci siamo messi in cerca di Horst, immaginando fosse un tranquillo pensionato, magari con tanti nipotini, considerando gli anni che erano trascorsi... E invece, siamo dovuti andare a trovarlo in carcere, per parlargli del mio progetto..."
Enzo Monteleone, già sceneggiatore di vari film tra i quali il premio Oscar Mediterraneo di Gabriele Salvatores, conferma il curioso destino secondo cui le bancarelle dell’usato costituiscono una preziosa fonte di ispirazione per i registi: basti pensare all’esempio più eclatante, quando Sergio Leone trovò una vecchia e sdrucita copia del romanzo autobiografico di Harry Grey, Mano armata, e decise di trarne C’era una volta in America.
"Con Horst si è instaurata una collaborazione stretta, siamo andati a trovarlo in carcere, ci siamo scritti varie volte, poi lo ha conosciuto anche Stefano Accorsi, l’attore che lo impersona, e che si è gettato anima e corpo nell’impresa, davvero con un impegno generoso... Gli abbiamo fatto leggere la sceneggiatura, se ne è discusso, finché non mi ha dato il suo totale assenso, e... via con le riprese, un lavoro non facile perché occorreva ricreare un’atmosfera e un ambiente che, a soli venticinque anni di distanza, sembra riguardare un’altra epoca. Oggi un evento del genere verrebbe totalmente vampirizzato dalle televisioni, Emilio Fede ci farebbe una diretta non-stop.... Ma il particolare più singolare è che ho anche rintracciato i due secondini presi in ostaggio in quel drammatico giorno del 23 luglio 1973, e... pensavo fossero finiti a fare chissà cosa, e invece stanno ancora lì: fanno lo stesso mestiere, uno è diventato persino sindacalista delle guardie carcerarie, la loro carriera non ha subito, almeno per diversi anni, alcun avanzamento, perché secondo la logica dello stato si sono fatti catturare, non hanno reagito, insomma, sono stati gli unici a non ricevere encomi e promozioni."
Il caso di Horst Fantazzini è talmente assurdo da risultare pressoché unico: è in carcere dal 1968, trentun anni scontati (a parte qualche brevissimo periodo di "fuga") senza aver mai ucciso nessuno, preda di una magistratura vendicativa e cieca che non ha mai voluto riconoscere la cosiddetta "continuità del reato"; in pratica, a ogni tentativo di evasione o per qualsiasi protesta carceraria gli hanno inflitto decine di anni per volta, e la sua fine pena è prevista per il 2016 (per giunta deve ancora affrontare un processo per "banda armata": come potesse essere "armata", la sua inesistente banda, non si sa, visto che è da sempre in galera). 2016: considerando che ha appena compiuto sessant’anni...
E la pervicacia dell’istituzione gli ha addirittura negato il permesso di assistere alla prima del film, neanche potesse scappare dai cessi del cinema. Una vergogna nazionale che sarebbe ora di sollevare davanti a quella parte di opinione pubblica ancora immune al giustizialismo imbarbarito.
Horst era diventato famoso come "il rapinatore gentile": usava pistole giocattolo, chiedeva scusa agli impiegati, mandava mazzi di fiori alle cassiere più emotive, desisteva se trovava qualcuno disposto a rischiare la pelle per i soldi di un banchiere, si allontanava più spesso in autobus che in macchina. Suo padre era Libero Fantazzini, figura leggendaria dell’anarchismo bolognese. Conservo un ricordo indelebile di Libero e della sua compagna Maria: negli anni settanta, partecipavano alle infuocate assemblee al Cassero di Porta Santo Stefano, ripartendosene sulla celebre Simca Mille, dopo aver dato l’ennesimo insegnamento di vita ai giovincelli come noi, con interventi decisi, appassionati, frutto di una lunga esistenza dedicata totalmente all’ideale. A mezza voce, mi narravano delle sue imprese nella resistenza, quando era il terrore dei fascisti nel quartiere della Bolognina, senza aver aspettato la guerra e gli ordini alleati, ma cominciando a combattere fin dal 1921. Poi l’esilio clandestino in Germania, l’avvento del nazismo e tutto che ricominciò da capo: lo scontro a fuoco con una squadra della Gestapo, l’ennesima fuga, con Horst bambino e l’Europa devastata. Quindi, il dopoguerra: ma un torturatore non può pretendere di farla franca perché dieci minuti prima qualcuno ha firmato un pezzo di carta pacificatore. Non per Libero Fantazzini. Che ricominciò a stanare assassini camuffati da onesti commercianti. Gettata la camicia nera per il doppiopetto, non riuscivano a ingannare la memoria di Libero. E chissà chi fu, quel fantomatico "uomo dal mantello nero" che alla Bolognina arrivava in bicicletta, estraeva il mitra, sparava e ripartiva pedalando. Poco importa, stabilirne l’identità. Gli uomini liberi non si vantano di esserlo. Comunque, Libero venne arrestato nel ’48 e si fece un anno di galera. Non avrebbe mai conosciuto un solo giorno di vita che non fosse da militante anarchico, fino al 1985, quando ci ha lasciati tutti un po’ più tristi, e ancora oggi, passando davanti al Cassero di Porta Santo Stefano, mi sembra di sentirlo sempre, quel suo vocione basso e dal tono indignato, ma capace pure di un’infinita gentilezza. Maria lo ha seguito l’anno dopo.
Nel film di Monteleone è Francesco Guccini a interpretare un "cammeo" nei panni di Libero. Compare per pochi minuti, redarguendo al telefono il figlio intrappolato con i due ostaggi: "Rapinare banche è di per sé giusto, ma i soldi vanno dati alla causa, ai lavoratori, mica come fai te, che sei diventato un bandito... L’anarchia è un’altra cosa". Ma Libero non lo rinnegò mai, quel suo figlio scapestrato, anzi: ne parlava il meno possibile, però nella voce aveva sempre un amore irreprimibile.
Horst ferì due guardie, per fortuna non gravemente, e alla fine della giornata si prese una pallottola in faccia, una in petto, altre alle gambe e al braccio, una macelleria tale che ammazzarono persino il cane lupo che gli saltò addosso, medaglia alla memoria (e non sapevo che le dessero pure agli animali). Una tempra incredibile, perché si salvò a dispetto dei cecchini e dei medici più scettici. Il film narra principalmente questo, la cronaca di quel 23 luglio 1973, e lo fa con qualità rarissime nel cinema nostrano: dignitosamente, con onestà, senza epopea né smania di giudicare. E la seconda parte avvince, commuove, indigna. Stefano Accorsi, poi, si conferma come uno dei migliori attori del panorama attuale, dopo le prove in Jack Frusciante e soprattutto in Radiofreccia.
Il resto, cioè la vita di Horst, è una sequela di ribellioni, tentativi di evasione, lotte per il riconoscimento dei diritti fondamentali del detenuto. Tutto questo pagato caro, carissimo, con una sorta di "ultraergastolo" dopo la mancata esecuzione di fronte al plotone di tiratori più o meno scelti.
Monteleone aggiunge: "Horst è una persona a dir poco interessante, parlare con lui è stata un’esperienza notevole, che lascia il segno... Te ne accorgi dallo sguardo, che sei di fronte a un uomo dall’intelligenza sveglia, capace di ironia e arguzia, fermo e determinato non appena sfiori l’argomento della pena: "Io non ho nulla di cui pentirmi, ho fatto più di trent’anni dentro, caso mai è lo stato a dovermi chiedere scusa...".
Lo stato non chiede scusa a nessuno. Sta a noi chiedere la fine di questo obbrobrio giuridico. E con la stessa fermezza e determinazione con cui Libero si batteva senza tregua contro ogni forma di sopruso. È il modo migliore per onorarne la memoria.

Pino Cacucci

Con un po’ di fantasia

Patrizia Diamante a colloquio con il produttore Gianfranco Piccioli

Gianfranco Piccioli, romano, 55 anni, molto garbato, faccia aperta, simpatica e cordiale. È un produttore atipico, nel senso che nel desolante o quasi panorama della cinematografia italiana punta a fare film di qualità. E come persona, mi sembra abbastanza fuori di testa da crederci per davvero. Dopo Tutti giù per terra! di Davide Ferrario con Valerio Mastandrea (film delizioso e molto premiato all’estero) una grande scommessa. Un’impresa non da poco e non facile - tanti anni fa il primo progetto, con l’attore Volontè nella parte di Horst, rimase solo una firma su un foglio - realizzare questo film sul mio compagno Horst Fantazzini, liberamente tratto dal racconto autobiografico Ormai è fatta! edito nel 1973 da Bertani (l’edizione di allora fu curata da Franca Rame) e non ancora ripubblicato. Un’impresa che ha condiviso con Enzo Monteleone, regista alla sua seconda esperienza dopo La vera storia di Antonio H. e già sceneggiatore di Mediterraneo. Gianfranco ha incontrato Horst diverse volte nel carcere di San Michele, Alessandria. A differenza di me lo raggiunge in aereo e forse viene trattato con un tantino in più di rispetto, mentre io sono costretta a prendere scassatissimi treni all’alba con lo zaino pieno di cotolette e in quanto al rispetto, come per ogni sfortunato visitatore: a seconda dei turni e a discrezione degli agenti, ma altre differenze sostanzialmente non ci sono: a monte c’è la stessa passione, lo stesso impegno, per realizzare i propri desideri. Hanno incominciato una fitta corrispondenza, sono diventati amici, mi dice scherzando che sono quasi fidanzati, e non vorrei che si allargasse oltre...
Parliamo di cinema, di libertà, dell’ampio spazio e risalto dato dalla stampa e dalla critica a questo film, delle interpretazioni di Stefano Accorsi (Horst), Emilio Solfrizzi e Giovanni Esposito (le due guardie sequestrate), Francesco Guccini (Libero), Alessandro Haber (Avvocato Leone), Fabrizia Sacchi (ex-moglie di Horst), Antonio Catania (Magistrato di sorveglianza), Antonio Petrocelli (Direttore del carcere), Paolo Graziosi (Colonnello dei carabinieri)... Gianfranco è appassionato, mi dice che ha lavorato con un cast meraviglioso, tutti molto preparati e provenienti da esperienze teatrali come Fabrizia Sacchi con "questo volto particolare, che ricorda vagamente Romi Schneider", oltretutto Stefano che è meno "facile" di carattere di quanto non appaia sullo schermo, ha accettato la parte con un grandissimo entusiasmo. Stefano è bolognese, è dolce, ha dei lineamenti morbidi come Horst - perdonami Stefano, ma l’originale era ancora più bello - , ha 28 anni, proviene dal teatro ma si è fatto conoscere con la pubblicità di un gelato tanto da faticare non poco per scrollarsi di dosso il nomignolo di "ragazzo Maxibon", in passato ha interpretato interessanti ruoli nei film Jack Frusciante e Radio Freccia e al momento di registrare questa intervista si trova in Portogallo per girare Capitani d’aprile, un film sulla rivoluzione dei garofani.

Io vorrei che tu ti presentassi...

E come no, mi presento, Gianfranco Piccioli, nato il 26 febbraio 1944, praticamente in modo irrecuperabile malato di cinema, dedico tutto a questo e lo antepongo a tutto, il cinema, la mia unica attività... Per raccontare un aneddoto simpatico, se dovessi fare le analisi del sangue, credo che troverebbero tracce di sangue nella celluloide... Mi piace cercare storie e raccontarle... In passato di film ne ho prodotti circa 40-45, quelli a cui sono più affezionato i film di Sergio Citti in particolare Casotto (1977), il film di Costantin Costa-Gravas Chiaro di donna (1979)... un po’ tutti i film di Francesco Nuti fino al film Donne con le gonne (1991) me li sono portati avanti io.

Com'è nata l'idea di un film su Horst?

L’idea di un film su Horst nasce sempre cercando storie, nasce con la lettura di questo suo libro pubblicato da Bertani nel 75 con un titolo ironico bellissimo Ormai è fatta!, e trovato casualmente su una bancarella dell’usato e ho detto ma guarda, a parte l’eleganza, il modo, il linguaggio, il tono ironico con cui Horst raccontava tutta la vicenda di quella giornata, era l’analisi di questa giornata particolare il pretesto per rievocare anche nelle sfumature, le circostanze dell’episodio nel contesto della vita carceraria, del sistema carcerario... ma tutto raccontato con grande eleganza... ma poi mi sono chiesto ma nel tempo - perché di anni ne sono passati tanti - chissà dove sarà, che fine avrà fatto, poi attraverso varie ricerche riesco ad individuare il carcere di Alessandria, mi metto in contatto con alcune persone, nel frattempo incontro Pralina Diamante che è la sua compagna, comincio ad apprendere da lei determinati risvolti della vicenda ma molto importanti, rintraccio l’avvocato Leone che a suo tempo si occupò del caso, e nel tempo anche altre persone, trovando in tutti loro una partecipazione veramente straordinaria... parlo insieme con il regista, giro per l’Italia a rintracciare anche quei personaggi che hanno avuto a che fare con tutta la vicenda, ne viene fuori tantissimo materiale e molto affascinante e soprattutto che ricalca l’anima vera di Horst... c’è voluto quasi un anno prima di ottenere il permesso per incontrarlo, eppure non era certamente un orco una specie di diavolo terrificante qualcosa veramente di aberrante, ma una persona sensibilissima anche tenera in alcune cose pure nelle sue asperità nelle sue ombre nei suoi contrasti, proprio perché fragile, ma un uomo a cui trent’anni di detenzione non avevano tolto proprio nulla, la sua dignità era integra il suo carattere era forte...

Quali difficoltà avete incontrato a realizzare il film?

Devo dire che questo film è stato abbastanza faticoso un po’ come tutti i film in genere, forse questo lo è stato un po’ di più perché la caratteristica del film risiedeva nel trovare il luogo cioè l’ubicazione, il carcere e questo non era assolutamente facile, ritornare nel carcere di Fossano non era assolutamente possibile anche per l’ambiente che peraltro si è modificato negli anni e che quindi si sarebbe dovuto riadattare... abbiamo girato un po’ dappertutto, e cercavamo quel luogo che togliesse un po’ quell’aspetto cupo che ha solitamente l’edificio carcerario, anche perché se fai un film devi presentare le cose in un certo modo per cercare di attrarre un minimo d’attenzione, che era lo scopo principale del film... fino a che trovammo il carcere di Saluzzo che era stato abbandonato da cinque o sei anni, e lì abbiamo avuto inizialmente parecchi ostacoli da parte delle istituzioni, poi finalmente ci consegnarono le chiavi. Abbiamo comunque dovuto lavorarci molto, perché quando l’abbiamo aperto era in condizioni terribili, proprio mal messo, fatiscente...

Horst ha approvato tutta la sceneggiatura?

Ci sono state diverse versioni nella sceneggiatura, e anche molto faticose, noi avevamo di fronte talmente tanto materiale che si rischiava anche di perdersi, il problema era di riuscire a condensare tutto nello spazio di 90 minuti... Una prima versione comprendeva anche alcuni episodi della sua infanzia, Horst si è commosso nel leggere le varie versioni, che sempre gli mandavo anche per provocarlo, per indurlo a farmi delle osservazioni... tutto questo è servito per arrivare alla stesura chiamiamola così finale, in cui sacrificando moltissimo del materiale che avevamo in visione la scelta finale si è orientata verso uno schema alla Un pomeriggio di un giorno da cani, film straordinario con Al Pacino...

Nel film secondo me manca un po’ l’umanità degli altri carcerati, cioè tranne la figura di Calimero non affiorano altre storie, di conflitti ma anche di vera solidarietà, mentre nel libro si legge di questa solidarietà che c’era anche fra detenuti comuni e che sfocerà nelle rivolte...

Sì è vero, ma è stato purtroppo necessario il sacrificio di tanto di quel materiale, perché nel momento in cui abbiamo articolato il racconto su quella giornata in cui Horst si chiuse in quella stanza coi due ostaggi, andando su quella strada non c’era più modo, cioè il racconto parte da quelle famose 8 e 15 del mattino e finisce alle 21 di sera... e tutta la giornata si trascorre dentro quella stanza, mentre nel libro invece mentre si racconta di quella giornata, apre tante finestre. Cinematograficamente non c’era proprio la possibilità, ne sarebbe uscito un film di tre ore e questo tu capisci era proprio impensabile.

I carabinieri ci passano malino, mentre il direttore del carcere sembra quasi un filosofo, uno un po’ fuori di testa, invece secondo me le responsabilità sono comuni, poi nel carcere l’hanno di nuovo massacrato nel ‘78.

Sì, anche questo è vero, certo. Ma il fatto è questo... che nel libro di Horst un po’ tutti i personaggi sono da mettere in discussione, per i loro atteggiamenti... abbiamo cercato ovviamente una forma un pochino più romanzata, avevamo la necessità come sempre di dire vabbé non facciamo il solito discorso anche se poi era la verità, che c’è soltanto un buono e tutti gli altri sono cattivi... fra una massa di gente come tutti quelli che si sono accerchiati intorno a lui quel giorno, dove Horst stesso racconta addirittura il delirio della folla, che era a favore dei tutori dell’ordine... abbiamo cercato invece di toccare il tema con un po’ di fantasia e con falso buonismo, spostando anche nel potere la diatriba di dire... di mettere anche lì il buono e il cattivo, facendo vedere i contrasti che c’erano fra di loro, lasciando ad Horst l’unico ruolo di buono, in qualche modo di vittima designata... e lì abbiamo addolcito qualche personaggio, abbiamo preso anche qualche licenza in realtà, mentre per come Horst la racconta è molto più cruda.

Il cinema ha spesso attinto dalle storie d’Anarchia, ti cito alcuni titoli che conoscerai sicuramente Sacco e Vanzetti, La Banda Bonnot, La Colonia Cecilia (questo un po’ meno conosciuto ma piuttosto bello), Terra e Libertà, ecc. ma Ormai è fatta! come mi hai detto si ispira a Un pomeriggio di un giorno da cani, con un finale alla Sam Peckimpah... è la fine dei grandi ideali, quelli che propugnava l’anarchico Libero?

No, assolutamente. Tu mi stai citando dei titoli che mi hanno particolarmente emozionato, in modo particolare Terra e Libertà, sono dei film di grandi contenuti di grandi valori, e il problema sì, purtroppo può esserci questo rischio che non è della fine di un certo tipo di ideali, che a me adesso ti giuro che mi sfuggono certe cose non è che mi identifico, sto attraversando un periodo più personale che generale... c’è una grande confusione, vedo molta confusione intorno, e sto perdendo gli orientamenti sto perdendo i confini di determinate cose... dei titoli che tu hai citato il primo Sacco e Vanzetti è un film che è stato realizzato se vuoi di maniera, come potrebbe sembrare Ormai è fatta!, ma mentre in quel momento c’era più coscienza sociale, molto più sensibile più attenta a quel genere di cinema diciamo impegnato, erano gli anni in cui c’erano i Rosi, i Petri, gli autori che avevano un forte impegno sociale... oggi purtroppo siamo in un appiattimento culturale che è preoccupante, in cui gli argomenti rischiano addirittura di passare inosservati, questa è la cosa che più mi angoscia, non so sei hai notato ma siamo alla terza settimana di una guerra terrificante, sconvolgente, e già si sta perdendo l’interesse... questa è una cosa veramente pazzesca!

Cosa significa distribuire "Ormai è fatta!" in un circuito saturo di porcherie commerciali?

Significa un tentativo di scuotere, di verificare, di vedere, semmai può esserci ancora un cosiddetto risveglio verso determinate cose, sono le cosiddette sfide, io purtroppo ho questa malattia... se facessi questo mestiere solo per un fatto economico, certamente non avrei mai pensato di fare un film come Ormai è fatta!

A Horst il magistrato di sorveglianza di Alessandria, dott. Andrea Del Nevo, ha negato il permesso di assistere alla prima del film. Eppure, su assicurazione del direttore del carcere (addirittura scortato dalle guardie), c’erano sufficienti garanzie perché non scappasse. Secondo te, perché tutto questo accanimento?

Che ti devo dire? Le regole? Vogliamo chiamarle tali? Io non conosco nemmeno questo magistrato, non so nemmeno che faccia abbia... forse temendo che scappasse come nel ‘90 ha avuto paura di farci brutte figure, non ha capito la ricerca disperata di libertà che Horst Fantazzini sta rincorrendo da trent’anni, avendo comunque peraltro già scontato trent’anni senza essersi macchiato di delitti... se queste sono le regole mi fanno paura... io ritengo meraviglioso il biglietto che Horst ha mandato al Cinema Romano di Torino, dove abbiamo fatto la presentazione del film, e che io ho letto al pubblico e c’è stato un applauso favoloso... è venuto giù il cinema! Era un biglietto scritto con la solita eleganza di Horst, senza particolare polemica gratuita, stizzita, anzi, ma non un messaggio di rassegnazione... dedicando questo pensiero (indiano) meraviglioso al magistrato: cioè che prima di giudicare un uomo, devi avere almeno percorso 5.000 miglia con i suoi mocassini.

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Al momento di "chiudere" questo scritto, forse un po’ irritato da una petizione in corso - ma con un tono cordiale - mi telefona il direttore del carcere, dott. Pietro Buffa, che pure riconoscendo a Horst "un comportamento assolutamente ineccepibile" giustamente (ma dal suo punto di vista) non vuole mettersi in contrasto con il dott. Del Nevo, per darmi assicurazione che il film Horst lo vedrà dentro il carcere, su videocassetta a cura della Hera International Film.


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Il Comitato per la Liberazione di Horst Fantazzini dopo la sua prima uscita "ufficiale" il 26 aprile in un cinema di Alessandria ("ringraziamo le forze dell’ordine accorse in massa a vederci", come dice John Belushi) ha in cantiere una serie di iniziative itineranti per sensibilizzare l’opinione pubblica, coinvolgendo nel nostro progetto le persone che hanno lavorato attorno al film e altre, soprattutto gente di spettacolo e artiste artisti (Pablo Echaurren disegna il logo del comitato). Ma appoggerà Horst anche da un punto di vista legale, a tal proposito il suo avvocato Luca Petrucci ci ha garantito la sua presenza. Chi volesse mettersi in contatto con noi per richiedere la rassegna stampa, per regalarci la sua presenza, per organizzare delle cene di sottoscrizione e per un sostegno economico: 055 - 4112**.

Patrizia "Pralina" Diamante

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20 aprile 1999, Corriere della Sera, pagina 37

Flash

Al bandito gentiluomo vietato il "suo" film

Al bandito gentiluomo vietato il "suo" film. Nessun permesso al bandito Horst Fantazzini, in cella ad Alessandria, per andare a vedere il film "Ormai è fatta!", tratto dalla sua autobiografia e girato da Enzo Monteleone. La storia si apre con Fantazzini (interpretato da Stefano Accorsi) che tenta di evadere dal carcere di Fossano, Piemonte, il 23 luglio '73. Per la prima volta usa un'arma vera e ferisce due guardie. Fantazzini aveva chiesto di recarsi, accompagnato da operatori penitenziari, a Torino, al cinema Romano, dove oggi il film viene presentato (uscirà nelle sale venerdì). "Ci sono rimasto male - ha detto il produttore Gianfranco Piccioli -, è la riprova dell'accanimento contro un uomo condannato a 22 anni per una serie di rapine in banca usando pistole giocattolo e ad altri 22 per la fuga". I giornali dell' epoca dipingevano Fantazzini come "il ladro gentiluomo", "il bandito cortese". La sua vicenda conquistò le prime pagine dei giornali. "Con Fantazzini - ha ancora spiegato il regista - ho voluto raccontare una storia a suo modo esemplare. Attraverso la sua vicenda ho cercato di ricordare gli umori e i sentimenti degli anni Settanta".

Autore non menzionato

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20 aprile 1999, La Stampa, Torino, pagina 35
Cronaca di Torino

Niente permesso per l'ex rapinatore Horst Fantazzini, in carcere da 31 anni. Cinema vietato al detenuto-record. Non parteciperà alla prima del film sulla sua vita

Claudio Giacchino

Non c'è pietà per Horst Fantazzini. Chi è costui? vi domanderete. Giustamente, dato che il nostro personaggio vive fuori dal mondo da un'eternità, da 31 anni è detenuto. A suo tempo, detenuto violento: nel luglio del '73 cercò di evadere dal penitenziario di Fossano, la fuga finì nel cortile della prigione, in un lago di sangue. Fantazzini ferì due agenti di custodia con la pistola che chissà come era riuscito a procurarsi e venne poi crivellato dai tiratori scelti, sette pallottole gli attraversarono il corpo. Sopravvisse miracolosamente: cominciò a peregrinare per il cosiddetto "circuito dei camosci", le carceri di massima sicurezza. Ove, lui delinquente comune specializzato in rapine, s'unì alle rivolte dei terroristi per inseguire il sogno della libertà. A metà degli Ottanta, l'epoca delle sommosse dietro le sbarre finì, Fantazzini continuò a girare le galere di tutta Italia, dieci anni fa gli riuscì di scappare approfittando di un permesso, per una manciata di giorni sperimentò che cos'è la vita oltre il muraglione di cinta e oltre la cella. Catturato, ha ripreso l'esistenza che conduce dal 1968 quando l'arrestarono e i giornali scrissero: "Preso finalmente il rapinatore solitario". Una delle etichette della carriera di Horst: le altre, "bandito gentile" e "bandito con la pistola giocattolo". Con la quale aveva assaltato negozi e uffici postali in serie, razziando pugni di lire senza mai versare una goccia di sangue. Per tutti quei colpi venne condannato a 22 anni. Altrettanti gli inflissero per la tentata evasione da Fossano: altra galera produssero le rivolte nel "circuito dei camosci". Risultato: la pena di Fantazzini finisce nel 2024. Se dovesse vivere sino ad allora, probabilmente Fantazzini diventerebbe il recluso record, avrebbe passato dietro le sbarre ben 56 anni. Oggi è un sessantenne che pare aver abdicato al sogno della fuga. Su consiglio di Franca Rame ha scritto un libro autobiografico " Ormai è fatta", il libro è diventato un film. Il film sarà presentato stasera al Romano: dal penitenziario di Alessandria, Fantazzini aveva chiesto: "Lasciatemi andare all'anteprima torinese, mandatemi scortato dalle guardie". Niente da fare, al vecchio detenuto non è stato concesso di uscire poche ore dalla cella. Nei giorni scorsi Fantazzini aveva detto: "Non m'illudo che il film accorci la mia sofferenza...però, è strano che in quest'Italia in cui fior di assassini sono scarcerati dopo poco tempo, io, che non ho mai ucciso nessuno, sia dentro dalla notte dei tempi. Forse, solo la grazia m'eviterà di morire da detenuto". Qual differenza con il Fantazzini storico, alleato dei terroristi "solo per evadere, mai condiviso le loro idee, quelli volevano solo il potere e io sono anarchico", con il Fantazzini considerato dalle guardie "una bomba a orologeria", "un tipo pericoloso come una tigre".

Claudio Giacchino