Horst Fantazzini

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Racconti di Horst

EROSTRATO 2000

Lunedì, 27 dicembre 1999.

Il prof. U. De Riverberis, come ogni mattina, stava spulciando la sua numerosa corrispondenza in arrivo: riviste, giornali, comunicazioni da vari enti culturali ed università, richieste di recensione di libri e libercoli vari, lettere personali.

La sua attenzione fu presa da una bella busta color cremino con sovraimpresse immagini preistoriche d'un bel color ruggine, immagini come quelle famose della grotta di Lascaux in Francia, ma forse solo simili.

Aperta la busta, trovò due eleganti fogli, simili alla busta, scritti al computer. Si mise a leggere la missiva e più che procedeva con la lettura più accresceva il suo interesse ed il suo volto si velava d'un'espressione sorpresa e preoccupata.

Questo il testo della lettera:


"Bologna, 24 dicembre 1999

Egregio Prof. De Riverberis,

quando lei leggerà questa lettera, mancheranno poco meno di cinque giorni alla morte di un secolo ed alla nascita di un nuovo millennio. Sono due fattori che mai potranno ripetersi nella vita dello stesso individuo.

Mi sento un po' imbarazzato a procurarle un grosso fastidio, ma conoscendo la sua intelligenza, la sua cultura e la sua elasticità mentale, so che il disturbo sarà comunque compensato dall'interesse che le procurerà il piccolo rompicapo che porgo alla sua attenzione. Avendo calcolato che questa lettera dovesse giungerle il 27, per permetterle di poter tenere il suo solito concertino pre-natalizio e trascorrere serenamente il Natale, quando lei riceverà questa strana lettera le resteranno meno di cinque giorni per risolvere l'elementare rebus che le sottopongo, cosa che per lei, maestro dell'interpretazione dei segni, rappresenterà un piccolo allenamento per mantenere scintillanti le sue facoltà deduttive ed interpretative.

Il 31 dicembre, allo scoccare della mezzanotte, ucciderò 100 persone.

Questo il preambolo che da ora in avanti la coinvolgerà emotivamente e praticamente.

Lei potrebbe anche pensare di scaricarsi da ogni responsabilità consegnando questa lettera alle autorità, cosa che razionalmente farà, ma ciò non fermerà il meccanismo che lucidamente ho messo in moto. D'altronde, se dovessi pensare che lei potrebbe disinteressarsi di questa vicenda, farei torto alla sua curiosità ed alla sua intelligenza.

Allora, per quale ragione una persona stimata, psicologicamente stabile, dalla vita serena ed economicamente soddisfacente, dovrebbe freddamente uccidere 100 persone?

Gli intellettuali, specie alla quale apparteniamo entrambi, sono un po' annoiati da un'esistenza monotona, senza scintille, vissuta di riflesso nell'interpretazione del già accaduto, del vecchio che a volte si ripropone ma che non presenta novità coinvolgenti.

Si ricorda di Erostrato ? La sua figura è passata indenne tra i millenni per aver bruciato il tempio di Artemide, ma nessuno si ricorda dell'artista che costruì quel tempio.

I grandi personaggi ed i grandi criminali passano alla storia perché sono stati i primi a fare una determinata azione in un certo momento storico. I trapianti di cuore sono da decenni routine, ma alla storia passerà il prof. Bernard che fu l'autore del primo trapianto. Sull'Everest ormai ci vanno in gita familiare, ma per la storia resterà Hillary che fu il primo a violarne la vetta e poco importa che a portarlo lassù, quasi in spalla, fu uno sherpa himalaiano. Il fatto, criminoso o scientifico, ha bisogno di una cornice temporale e fattuale per divenire unico ed irripetibile. Uccidere decine o centinaia di persone fa scalpore ma viene assorbito ed annullato dal suo essere fatto di cronaca ripetibile.

Ma l'uccidere cinicamente 100 persone unicamente per commemorare un secolo ed un millennio morenti celebrando un nuovo millennio, lascerà un segno indelebile.

Ecco perché io, intellettuale annoiato ed un po' frustrato, ho deciso di compiere il delitto del millennio. Ed ecco perché mi rivolgo a lei in una sfida egotistica per darle la possibilità di fermarmi, riducendo il tutto ad una sfida tra cervelli, possibilmente senza vittime.

le darò degli indizi che, se interpretati correttamente, le daranno la possibilità di giungere in tempo a fermarmi sul luogo del "delitto". Rimanendo solo cinque giorni scarsi, il rompicapo non è difficile, è solo necessario avere una buona conoscenza della città in cui lei vive da tempo e della quale è uno degli ospiti più illustri.

L'enigma è rinchiuso in un triangolo:

partendo dall'erezione virtuale che volge al riso divertito le bolognesi, si tracci una linea retta fino all'imbocco della "via vergognosa", determinando il cateto C - A. Da lì, si calcoli un angolo di 45° e si tracci un'altra linea retta che vada ad intersecare l'ipotenusa, determinando il secondo cateto che sarà il punto B del triangolo.

Il punto B è il luogo dove il 31 dicembre, allo scadere della mezzanotte, si verificherà il fatto criminoso che colorerà di neri presagi il millennio alle porte.

Esimio professore, mi scuso con lei per la semplicità dell'enigma che quasi fa torto alla sua inteligenza, ma mancano cinque giorni scarsi, quindi sarebbe auspicabile che, più che ai nostri catalessici inquirenti, lei affidasse le probabilità di sopravvivenza di 100 innocenti alla sua fosforescente capacità deduttiva.

Cordialmente suo

Erostrato 2000."


Perplesso e stupito il professore rimase un po' con la lettera in mano poi, dopo averla letta attentamente, la posò sullo scrittoio e si mise a comporre alcuni numeri di telefono.


Mercoledì, 28 dicembre 1999.

Il professore sedeva pensieroso alla sua preziosa scrivania proveniente da un'abbazia sconsacrata del 1500. Sul ripiano c'era una grande e dettagliatissima pianta della città di Bologna.

Sparsi intorno fogli con calcoli trigonometrici, riga, squadra e goniografo. L'espressione di De Riverberis era assorta ed un po' affranta. Da un suo collega, docente di filologia romanza ed appassionatissimo esperto di tutto quanto potesse riguardare la città di Bologna, aveva saputo che una delle curiosità di questa stupenda città era il Nettuno, la statua del Giambologna che era, insieme alle torri, il simbolo della città. Così aveva appreso che, proveniendo da via Ugo Bassi e girando l'angolo per proseguire verso Piazza Maggiore, costeggiando il Palazzo Comunale ed una quindicina di metri prima di arrivare alla statua del Nettuno, costui aveva veramente una "erezione virtuale". Infatti, per la prospettiva e forse per la malizia del Giambologna, da un preciso punto il braccio sinistro proteso del gigante sembra un membro in erezione. E così seppe che i bolognesi scafati conducevano lì le loro ragazze, mostravano loro il Nettuno "in calore" e ridevano insieme dell'inaspettato effetto ottico.

Bene, quello era il punto C del triangolo dove s'incontravano i cateti. Ma di vie "vergognose" i suoi amici bolognesi ne avevano indicate tante, in diverse zone della città dove, circa mezzo secolo prima, c'erano famosi bordelli. Così, tirando linee da questa o quella via "vergognosa", aveva creato una miriade di triangoli e da quasi un giorno stava controllando i posti in cui l'ipotenusa s'incontrava sul cateto formando il punto B, ma non aveva rilevato posti interessanti in cui un assassino buontempone potesse ammazzare cento persone.

Poteva essere tutto uno scherzo ma per scrupolo aveva avvertito l'Ispettore Capuozzo, padre di un suo allievo che aveva conosciuto tempo prima e che già gli aveva risolto un'antipatica vicenda di libri antichi contraffatti che gli erano stati venduti come originali. L'ispettore gli disse che probabilmente si trattava di uno scherzo, ma che la "scientifica" avrebbe esaminato attentamente la lettera e sicuramente avrebbero ricostruito il maledetto triangolo. Ma De Riverberis già dubitava delle capacità della scientifica nell'interpretazione di segni intrisi più di storia che di crimini. Infatti, quando ritelefonò a Capuozzo per spiegargli l'erezione virtuale del Nettuno, colse la sua sorpresa e si sentì dire che la scientifica stava effettuando misurazioni partendo dalle due torri, chiari simboli fallici...


Giovedì, 29 dicembre 1999.

Fu con sollievo che, tra la posta del mattino, il professore vide l'elegante busta color crema con i graffiti preistorici. L'aprì subito, rendendosi conto di come "Erostrato" era riuscito a coinvolgerlo nel suo pazzesco progetto.

La lettera, del giorno prima, diceva:


"Bologna, 28 dicembre 1999

Caro prof. De Riverberis,

mi rendo perfettamente conto d'avere alquanto sconvolto la sua esistenza con la mia precedente missiva. Se questo fatto stuzzica piacevolmente la mia vanità, in uguale misura m'imbarazza poiché lei rappresenta uno dei miei punti di riferimento culturale e mi dispiace di crearle fastidio importunandola con i miseri quiz toponomastici.

Tuttavia, pur nei suoi risvolti folcloristici, questa vicenda è proiettata verso una fine tragica che, quando lei leggerà questa lettera, si concluderà in poco più di due giorni.

Malelingue mi dicono che, dopo varie ed inutili misurazioni partenti dalle due torri con direzione verso antiche "case chiuse", finalmente è stato rilevato un punto di partenza mentre resta nebulosa la seconda tappa che, sia detto senza offesa, qualsiasi bolognese verace individuerebbe con facilità.

Mi piace giocare col destino ed in una partita a scacchi tra buoni e cattivi voglio aiutare ulteriormente i buoni, sia pure a scapito di quella gloria criminale che intendo perseguire per pura megalomania e vanità.

Farei torto alla sua intelligenza ed alla sua capacità nell'interpretazione dei segni se le svelassi chiaramente il secondo punto. Allora, le regalo un grosso indizio che lei non avrà difficoltà a leggere nel suo chiaro significato.

ideogramma

E, ultimo indizio, si ricordi di frugare tra le pagine, da lei sicuramente conosciute, del "Grande Sertao".

Rammenti, carissimo professore, che il tempo scorre e consumandosi si sedimenta in storia. Le resta ormai poco per fermare o riscrivere il destino.

Cordialmente suo

Erostrato 2000."


Erano chiaramente due ideogrammi cinesi. Il suo misterioso interlocutore amava giocare su più piani, denotando cultura raffinata e senso del ritmo nella costruzione di questo sofisticato scherzo che, però, poteva anche essere il lucido deliquio di un pazzo.

Telefonò al suo amico Marainis, eminente esperto in lingue orientali e, trovatolo, gli inviò immediatamente tramite fax i due ideogrammi, pregandolo, se possibile, di decifrarli subito.

Dopo mezz'ora gli giunse la risposta, tramite fax, che diceva:

"Caro amico, in cinese classico mandarino questi ideogrammi significherebbero "Wung-ming", cioè "Senza Nome" o, per estensione, "Nessuno".

Questo mi fa venire in mente un fatto recente riguardante Internet, che entrambi percorriamo con curiosità ed interesse. Come sai, da diversi anni in rete circolano messaggi collettivi firmati Luther Blisset. E' una firma non-firma che molti utilizzano per fare circolare messaggi veri o fittizi. Recentemente, un gruppo di internauti bolognesi ha decretato la morte di Luther B. facendo nascere il collettivo Wu-ming, cioè il collettivo "nessuno" come Ulisse o, più correttamente, "senza nome", cioè identificandosi come non identificabili.

Spero d'esserti stati d'aiuto e d'incontrarti a San Marino al prossimo convegno "L'importanza dei segni in un mondo senza memoria".

Tuo Fosco."


De Riverberis si ricordò della notizia riguardante il gruppo Wu-ming ma questo, al posto di chiarirgli le cose, caricò il suo enigma di ulteriori possibili significati oscuri. Il suo strano interlocutore era un cultore di informatica ? Un Hacker?

Un untore che stanco di propagare virus informatici ora voleva passare a virus biologici inaugurando il nuovo corso col millennio alle porte?

Comunque sia, il punto B del triangolo aveva a che fare con "nessuno" o "senza nome". Prese una guida di Bologna e, dopo una breve ricerca, trovò la via "Senza Nome". Era dalle parti di via Saragozza, ancora nella città vecchia. Ma qualcosa non funzionava: come mai il suo macchinoso interlocutore aveva parlato di una "via svergognata" ? e che c'entrava il "Grande Sertao"?

Chiamò un taxi e si fece portare in via Senza Nome.

Era una stradina della vecchia Bologna, stretta e corta. La percorse a piedi respirando secoli di vita proletaria e chiedendosi cosa potesse nascondere di "svergognato" quel posto. Entrò in un'osteria ed ordinò un bianchetto fresco da bere al bancone. Il gerente era anziano, arzillo e simpatico. Gli offrì un bianchetto e gli chiese di quella strada, del perché fosse senza nome. L'oste, felice di poter raccontare la sua storia, sorseggiò il vino fresco e raccontò che in origine, secoli fa, la strada si chiamava Via Sfregatette, poiché stretta com'era obbligava le bolognesi procaci a sfregare le tette contro questo o quel passante. Poi, per ordine del clero, il nome della strada fu cambiato in Via dal Sozzo Nome. Successivamente, per protesta o per assonanza, la via si trasformò in Senza Nome come ancora si chiama oggi.

Soddisfatto ed edotto da questa curiosità storica, il professore ritornò al suo appartamento. Armato di righello, squadra e goniografo si mise al lavoro.

Dopo diverse ed accurate misurazioni aveva preso luce un triangolo i cui cateti, punto C, s'incontravano più o meno sul pisello del Nettuno. Il cateto A s'incontrava con l'ipotenusa all'imbocco di via Senza Nome. Il punto d'incontro dell'ipotenusa sul punto B con l'altro cateto si trovava in una ristretta zona situata all'incirca tra piazza Calderini, via dei Poeti, via dell'Orto e via Castiglione. I riferimenti dati e le misurazioni erano sicuramente imprecisi e qualche grado di tolleranza era da mettere in conto, comunque ora era possibile circoscrivere l'area della minacciata strage in un luogo preciso, sia pure delimitato approssimativamente.


Sabato, 31 dicembre 1999.

Il giorno precedente era trascorso in infruttuosi sopralluoghi della zona a rischio.

L'ispettore Capuozzo gli aveva detto che in quella zona non v'erano locali particolari in cui potessero radunarsi un centinaio di persone per festeggiare l'anno nuovo. Il locale più famoso era l'Osteria dei Poeti situato nella via omonima, una delle più note osterie per bolognesi chic. Ma era un luogo poco spazioso che difficilmente poteva contenere cento persone. Un pazzo poteva pensare di nascondervi una bomba a tempo per fare una strage a mezzanotte. Avrebbero controllato attentamente. Ma per Capuozzo la `probabile zona a rischio era la vicinissima piazza Maggiore dove, per seguire l'antica tradizione del rogo del vecchione, a mezzanotte vi si sarebbero ammassate migliaia di persone. Avrebbero fatto dei controlli, ma l'ispettore sembrava scettico.


Sabato, 31 dicembre ore 23.

Il prof. De Riverberis era in preda ad un malessere strano. Disdisse l'impegno che aveva preso da tempo per trascorrere il fine millennio con alcuni amici sui colli bolognesi, nella bella villa del prof. Marcus, eminente filologo, suo collaboratore ed amico.

Era in preda a sensazioni confuse e lo tormentavano pensieri irrazionali.

Si mise il cappotto, uscì e si fece portare in taxi a Piazza Maggiore. Il taxi lo lasciò nelle vicinanze di Piazza Re Enzo, proprio alle spalle del Nettuno. Costeggiò il Palazzo Comunale ed al punto giusto si fermò ad osservare l'erezione virtuale del gigante. Sorrise tristemente e proseguì, giungendo nella splendida Piazza Grande. Nel centro della piazza erano già accatastate le fascine per il fuoco di mezzanotte. Era un rituale antico risalente ai secoli bui, quando si esorcizzavano le diversità mettendole al rogo. Attraversò la piazza giungendo ai portici del Pavaglione, percorrendolo fino all'incrocio con via Farini. Ogni tanto passava qualche comitiva, allegra, che giocava con maschere, coriandoli e trombette. Anche queste erano trasposizioni di feste antiche dai significati ormai dimenticati. Proseguì fino alla piazza Cavour, deserta e scarsamente illuminata. Arrivò in via dei Poeti. La strada era stretta e buia, quasi deserta. Una classica antichissima viuzza che trasudava storia dalle sue case. Nasceva da piazza Cavour per morire in via Castiglione. Vi s'inoltrò lentamente, osservando con attenzione ogni particolare. Non v'erano praticamente negozi, esclusa una bella vetrina d'antiquariato. Da qualche parte giungeva della musica. Nelle case ci si preparava a festeggiare l'anno nuovo. Quasi alla fine della strada c'era l'Osteria de' Poeti. Entrò, salì alcuni gradini e si trovò all'interno del locale. Non era spazioso ma caldo ed accogliente. Coppie e gruppetti d'amici sedevano ai tavoli bevendo vino e chiacchierando in allegria. Su d'una parete, con sua sorpresa, vide uno schermo collegato con piazza Maggiore, così da lì poteva seguire il rogo del vecchione ed i successivi fuochi artificiali. Poteva quindi osservare contemporaneamente i due punti maggiormente indiziati. Non notò il servizio di vigilanza annunciato da Capuozzo e pensò che alcuni di quei ragazzi che bevevano allegramente forse erano poliziotti.

Sedette ad un tavolo ordinando un cognac e con calma si mise ad osservare gli astanti. Una ragazza, in compagnia d'amici, lo salutò discretamente con un sorriso. Forse era stata una sua allieva, ma non lo ricordava.

Il suo orologio segnava le 23 e 42.

Perché era lì, in un luogo che avrebbe potuto saltare per aria tra diciotto minuti?

Aveva deciso d'istinto cercando di dare un senso al significato d'impotenza che lo attanagliava da alcuni giorni. Aveva accettato fino in fondo la sfida nonostante non avesse in mano le carte per vincere la partita. Pensava che se Erostrato fosse veramente lì, probabilmente, vedendolo, avrebbe rinunciato al suo folle progetto.

Stava sorseggiando lentamente il suo cognac quando qualcuno si sedette al suo fianco. Trasalì e voltandosi, con grande sorpresa, vide Marcus, l'amico filologo della casa ai Colli: avrebbero dovuto essere insieme a festeggiare il capodanno.

- Ciao Umberto, come mai sei qui da solo invece d'essere con me e gli altri amici?

- E' una storia strana e lunga che forse, spero, potrò raccontarti quando sarà finita. Ma ora, perfavore, esci da questo locale.

- Amico mio, ho qualcosa da raccontarti che ti chiarirà il mistero. Ma non è in questo locale che si trova l'ombelico del mondo. Vieni, usciamo, che siamo in ritardo.

De Riverberis tentò di resistere, ma l'amico aveva un'aria così serena e pacata che, nonostante mille pensieri gli turbinassero nel cervello, iniziò ad intravedere uno spiraglio di luce. Si alzò e seguì l'amico, uscendo insieme dal locale.

Mancavano dieci minuti alla mezzanotte. La stradina era deserta, illuminata da poche luci che diffondevano un'atmosfera rarefatta, quasi magica. Domande urgenti premevano, ma percorse in silenzio con l'amico una cinquantina di metri, ritornando all'inizio della stradina. L'amico lo fermò alcuni metri prima del negozio dell'antiquariato e gli mostrò una vetrina nera. Non vi erano insegne, ma all'interno usciva una musica discreta. Marcus gli mostrò una piccolissima scritta in caratteri dorati: La Vereda e gli disse:

- questo ti era sfuggito. Nel Grande Sertao, che sicuramente come tutti noi hai letto negli anni settanta, la vereda era lo spiazzo, la radura nella foresta vergine dove i fuorilegge, braccati dalla polizia, potevano riposarsi.

- Tu... sei tu che mi hai scritto quelle lettere?

- Anche, ma non solo io. Vieni, entriamo.

Entrarono. Il locale non era molto grande. Un bancone da bar e due sale. La più grande era riempita da un'unica tavola imbandita alla quale erano seduti gli amici di Umberto e di Marcus che avrebbero dovuto essere alla festa ai Colli. Al loro ingresso tutti applaudirono alzandosi e facendo festa all'esimio professor De Riverberis.

C'era il gotha della cultura bolognese: filologi, semantici, semiologi, esperti delle lingue più strane.

Il decano, prof. Marainis, iniziò le spiegazioni. Disse che il locale, simpatico e tranquillo circolo privato, apparteneva a Salvatore, un sardo trapiantato a Bologna da moltissimo tempo. I suoi familiari, arando un loro podere in Sardegna, trovarono dei reperti archeologici. Non era la prima volta che ciò succedeva ed in passato avevano consegnato i reperti alle autorità del luogo che, come sempre, li avevano parcheggiati in qualche deposito dove probabilmente dormivano ancora. Questa volta fotografarono i reperti mandando le foto a Salvatore e chiedendogli consiglio su cosa farne. Salvatore è un ragazzo colto ed ha subito capito che il ritrovamento era importante. Oltre ad alcune statuine d'epoca nuragica già ritrovate in passato e non rarissime, c'era una lastra, spezzata in cinque parti ma tutte combacianti. La lastra contiene delle scritte cuneiformi, perfettamente conservate e leggibili. Capendo l'importanza del ritrovamento, Salvatore ha mostrato le foto ad un suo amico bolognese funzionario alle Belle Arti al dipartimento per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale.

Salvatore, l'amico e l'esperto delle belle Arti si recarono in Sardegna a visionare i reperti. Li fotografarono nuovamente e, col permesso del responsabile del dipartimento locale delle belle Arti, fecero un calco dei cinque frammenti della scritta, portandolo a Bologna. Gli originali sono custoditi al dipartimento di Nuoro.

- Bene, caro De profundis. Questa è la ragione principale per la quale la nostra festa è stata spostata qui. Il rebus criminale l'abbiamo inventato noi per mettere alla prova il tuo acume e per divertirci. I tuoi collaboratori più stretti erano al corrente dello scherzo e ci comunicavano le tue mosse. Quando ti sei rivolto all'ispettore Capuozzo, l'abbiamo contattato spiegandogli lo scherzo e tranquillizzandolo.

Non ci sono poliziotti in giro, questa sera, a cercare Erostrato...

Spero ci perdonerai. Ma se darai un'occhiata a ciò che troneggia sulla tavola imbandita ci assolverai sicuramente.

Sul tavolo troneggiava il calco dei cinque frammenti perfettamente ricomposti. Le misteriose scritte erano meravigliosamente conservate.

- L'altra ragione per la quale siamo qui è d'origine culinaria. Salvatore, con l'aiuto dei suoi, ha cucinato alcuni agnelli seguendo l'antico metodo di cottura dei nuraghi.

La carne, insaporita col mirto ed altre spezie è stata avvolta in larghe foglie, ricoperta con argilla e cotta in fosse piene di braci. Ora le sculture stanno riscaldandosi nel forno delle pizze. Quando spaccheremo l'argilla ne usciranno estasianti profumi antichi. Ed anche il vino che ci berremo sopra, sarà molto simile a quello che bevevano i nuraghi, questo misterioso popolo del quale conosciamo così poco e che forse, tramite la decifrazione di queste tavole, impareremo a conoscere meglio.

Cosa c'è di meglio per noi, maniaci di vecchie pergamene e di segni che celano il passato, dell'iniziare il nuovo millennio qui, tra buon vino, cibo buono e un mistero da risolvere?

Il professor De Riverberis, ormai rilassato e con gli occhi ancora luccicanti dopo aver visto il calco del ritrovamento, perdonò gli amici per lo scherzo che l'aveva tenuto in apprensione per tanti giorni e sorridendo furbescamente disse:

- speriamo che la lastra non ci riveli la lista della lavandaia ! (1)

(1) Riferimento al Pendolo di Foucault di U. Eco.

Racconto di Horst Fantazzini, giugno 2000