Horst Fantazzini

biografia bibliografiascritti di horstormai è fatta! libro e filmopere di horstiniziative, incontri, memoriemail art, mostra itinerantelinkchi siamocontatti

 

Dal settimanale "Avvenimenti", 23 marzo 2000, alcuni stralci dell'articolo di Antonio Roccuzzo che intervista Horst Fantazzini alla Dozza (Bologna)

"La mia pena senza fine"

Bologna. Tipico tintinnio di chiavi. E' la colonna sonora del carcere, anche di questa casa circondariale di Dozza, periferia nord-est di Bologna. Ed è proprio il rumore di fondo che da trentadue anni scandisce le giornate del detenuto Horst Fantazzini, 61 anni. Ciò che separa, da tre lunghi decenni, la sua esistenza da quella della gente normale sono esattamente duecentocinquanta passi, cinque porte blindate chiuse e tre aperte, un cancello automatico che scorre lento, un cortile e due lunghi corridoi. L'ex-rapinatore solitario e anarchico, poi tentato evaso, Fantazzini Horst si descrive così, per metafora letteraria: "L'ha presente Orwell e il suo libro 1984? Io non l'avevo letto, prima d'entrare qui. Poi l'ho fatto, tanto tempo prima che quella data diventasse passato per tutti. Ecco: la mia dimensione è questa. Da trent'anni aspetto date che sembrano lontanissime e immagino vite che rischio di non vivere mai. Ora la mia data è 2017... Certo, ho la mie responsabilità, ma mi sembra di aver pagato abbastanza, troppo. La pena deve essere certa e guardi me. Ma non può neanche essere una vendetta. O no?".
Siccome tutti "fuori" parlano di "certezza della pena", bisognerà pur parlare del cittadino Fantazzini che ne ha scontata una, lunga più della metà della sua vita. Una rarità statistica, in Italia. Accompagnandoci in quei duecento passi verso il nostro colloquio col detenuto, il dottor Luca Candiano, vicedirettore del carcere bolognese, ci ha detto: "Non amo parlare di singoli detenuti e poi Fantazzini è qui a Bologna da pochissimo. E' tuttavia indubbio che nel suo caso il regolamento e il meccanismo dei cumuli sono stati applicati alla lettera. Attualmente lui è in osservazione, in attesa della decisione se concedergli permessi in base alle legge Gozzini".
Sul cartellino personale di Fantazzini, la data fissata per uscire definitivamente da qui è comunque il 2017, anno in cui avrà 78 anni. Quando si dice: "Chiudere in carcere qualcuno e buttare via la chiave". Per lui è proprio vero ed è quanto è successo. In fondo a tante porte, leggi e dopo tante chiavi che aprono e mani che richiudono, Fantazzini eccolo qui che si racconta, seduto al suo computer e con nastro di musica andina in sottofondo, nella sala ricreativa F10 del braccio dei detenuti con condanne definitive: "Sì, io sto in carcere da quando avevo 29 anni. Era il '68, due secoli fa.
Perché lei è in carcere?
Per una serie di rapine in banca.
Ha mai ucciso qualcuno?
No, mai. Non sono condannato all'ergastolo, anche se praticamente sto qui da una vita.
Perché?
Perché nel periodo iniziale della mia detenzione sono stato... come dire?... un carcerato un po' irrequieto. Era il periodo (anni Settanta) delle rivolte in carcere, dei tentativi individuali d'evasione. C'erano regolamenti carcerari vecchi e codici fascisti ancora in vigore. Ho cercato subito di evadere. Da Fossano nel '73 e poi da Sulmona nel '74.
Romanzo carcerario.
Non c'è, nella realtà carceraria italiana, storia più emblematica della sua. Quasi un "romanzo" degli ultimi trent'anni di cronaca sulle Segrete e sul costume d'Italia, tanto che il regista Enzo Monteleone ha girato su di lui un film ("Ormai è fatta!"). Ora molti uomini di spettacolo (Francesco Guccini, Lucio Dalla e altri) premono per la sua scarcerazione.
Fantazzini diventò padre presto, a 19 anni, e dunque ha potuto conoscere e vivere un po' col figlio. Il resto se lo è vissuto dentro: una seconda storia d'amore con una donna conosciuta in carcere, la laurea in letteratura conquistata studiando qui dentro, fino al nipotino nato dieci mesi fa "e io non ho potuto ancora conoscerlo". Qui dentro ha imparato un mestiere grazie al computer (fa il grafico), qui ha scritto un libro e qui ha iniziato a leggerne molti, qui si è politicizzato, da qui ha tentato più volte di scappare e qui è sempre rimasto.
Chi era all'inizio e chi è ora? Quando, trenta anni fa, Fantazzini entrò in carcere era un rapinatore di banche: "Rapinavo da solo, perché mi sentivo Robin Hood e rifiutavo la cultura del lavoro. Da giovanissimo avevo lavorato come apprendista operaio. Ma ero pagato da fame e non riuscivo neanche a pagare le bollette. Sbattersi per guadagnare pochi soldi ed essere sfruttato? No, ho pensato a un certo punto, io no! E ho cominciato a rapinare le banche. Allora non è come adesso che avvengono cento rapine in banca al giorno perché c'è la droga e schiere di tossicodipendenti rapinano per pagarsi la dose. Allora, rapinare da soli una banca era notizia che si guadagnava le prime pagine. E a modo mio era anche un gesto anarchico, come violare il santuario della ricchezza...".
...
Signor Fantazzini, proviamo a fare così. Se io le dico "rapina", in una parola a lei cosa viene in mente?
Ribellione.
Pena?
Vendetta.
Claudio Villa?
Non è il mio genere.
Fred Buscaglione?
Molto simpatico.
Avion Travel?
Musica, musica vera.
Terrorismo?
Una reazione sbagliata a vere ingiustizie sociali.
Muro di Berlino?
Prigione.
Tangentopoli?
Normalità.
Ora d'aria?
Palliativo... una passeggiata inutile.
Pentimento?
Un percorso personale da non sbandierare o sfruttare.
Lei si è pentito?
Ho dei rimorsi che non voglio usare per chiedere perdono. Io ho pagato, devo essere giudicato per quello che sono ora. E voglio provare ad essere un cittadino normale."
Fantazzini ha vissuto i cambiamenti sociali da dentro, per trenta anni, guardandoli da questa "pattumiera sociale" che è il carcere. Dice: "Qui dentro si vedono i cambiamenti di fuori, ma dal punto di vista patologico. Quando io sono entrato in carcere, ad esempio, il problema della droga non c'era. Qui dentro c'erano solo rapinatori e truffatori come me. Ma neanche un tossico... Posso dire una parola scomoda? E lei, se gliela dico, la scrive?"
A meno che non sia querelabile, certamente.
Bene. Qui col passare degli anni sono arrivati in massa piccoli spacciatori tossicodipendenti, mafiosi, detenuti politici provenienti dalla lotta armata. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, anzi, il 75 per cento dei detenuti sono accusati di scippi, furti, rapine legati al consumo di droga. In trenta anni qui ho conosciuto ogni genere di umanità. Ebbene: qua dentro non ho mai incontrato neanche un evasore fiscale. Eppure altrove, da Al Capone al padre della tennista Stefi Graf, la gente paga per quel reato...
Cosa vuol dire con questo, scusi?
Voglio dire che questa è ancora un'istituzione per poveracci come me. Un posto dove chiudi a chiave i disagi che non puoi o non sai risolvere e getti la chiave. Qua dentro ci stanno solo protagonisti di cronache passate e di cui nessuno parla o appunto tossici e extracomunitari. Eppure, dal mio punto di vista, rubare in banca non è più pericoloso o dannoso socialmente che evadere dagli obblighi fiscali..."
...
Perché sta ancora dentro visto che non ha sulla coscienza reati di sangue?
In base alla legge, il tetto massimo di detenzione per reati non punibili con l'ergastolo dovrebbe essere di trenta anni. Ma se il detenuto commette reati in carcere, il tetto massimo di pena decorre dal momento in cui ha commesso l'ultimo reato: "La realtà è che per altri detenuti, anche con reati di sangue sulla coscienza, questa regola viene applicata a discrezione. Io non mi sono mai pentito o dissociato da niente. Dunque, eccomi qua a guardare che altri escono e io no... e come me tanti altri autori di reati minori, furti o truffe, gente senza nome e fuori da clamori di cronaca", dice Fantazzini.
...
Perché la società dovrebbe oggi fidarsi del signor Fantazzini?
Io non vedo una ragione per la quale la società debbe fidarsi di me. La società può, dovrebbe scommettere su di me. Del resto la mia vita è passata qui... forse la parola è grossa, ma la mia è una vita rubata.
Cosa ha capito di se stesso, dopo tanti anni passati qua dentro? Cosa pensa del "balordo" che rapinava banche e che 32 anni fa fu arrestato?
Io non ero un balordo. Facevo il rapinatore solitario: non ero membro di bande. Ho già spiegato, senza giustificare alcunché, che per me rapinare era allora un modo per ribellarmi al mio destino di operaio sfruttato. Poi, entrato qui dentro, sono stato preso dalla spirale di evasioni, rivolte. Ora, a 61 anni, credo di avere il diritto di provare ad avere una vita normale, almeno per qualche anno. Anche per dimostrare di essere capace di vivere senza fare rapine in banca.
Cosa significa vivere qua dentro la propria vita?
Il segreto è quello di non fare assorbire tutti i pensieri dal carcere, crearsi degli spazi mentali. Il mio spazio mentale ora è questo, il computer. Ma anche le letture, le amicizie fuori, la famiglia. Le rivolte degli anni Settanta, qua dentro, per me erano un modo per non accettare la dimensione eterna di queste mura.
Cosa fa al computer?
Lavoro anche per commesse esterne, faccio grafica e spero che se ora mi concedono un permesso riuscirò a lavorare fuori.
Ovviamente non ha il collegamento internet?
No, ed è il mio più grande sogno. Internet è il fuori. E' la libertà senza controlli... Se esco non rapino più, lavoro al computer e navigo in rete. Così almeno potrò vivere un po' nel presente.

***

Occhiello. Tra i detenuti di Bologna

"Se non ci reinseriscono il carcere non serve a nulla"

L'editoriale del primo numero eccolo lì che mette il dito nella piaga ma vista da qua dentro: "La sicurezza nasce da un allargamento della dimensione sociale. Il tecnicismo delle riforme, non dimentichiamolo, deve fare i conti con gli emarginati e gli extracomunitari che popolano le galere. Rendere più sicura la società di fuori non significa continuare a rinchiudere tutti indiscriminatamente qua dentro e gettare la chiave". In poche parole, in tempo di allarme sicurezza e tolleranza zero, il grido d'allarme dei detenuti "definitivi" del carcere Dozza di Bologna sta già nel titolo della loro rivistina: "May Day", si chiama, con tanto di barchetta di carta che affonda disegnata sotto la testata.
Lo curano i detenuti della sezione penale del carcere bolognese di Dozza, un carcere a suo modo "modello", popolato da 800 reclusi, il 35 per cento extracomunitari, con servizi interni d'avanguardia: uno sportello (curato dal Comune di Bologna) con due "mediatori culturali" che parlano albanese e arabo. Qui a Dozza ci sono anche scuole dalle elementari fino all'istituto tecnico, laboratori d'informatica e per la ceramica. Perfino, una biblioteca in legno, con tutti i testi sacri della cultura mondiale. "Perché anche uno che vive qua dentro ha diritto - se vuole - di leggere Freud o Kant" dice Luca Candiano, vice-direttore "gozziniano" del carcere e anche direttore responsabile del giornalino "May Day".
Tra i redattori c'è ovviamente Horst Fantazzini, ma anche Michele Mazza, detenuto definitivo per omicidio, al quale restano sette anni prima del primo possibile permesso e sta per laurearsi in legge, con tesi - "attualissima" - sulla applicabilità delle sanzioni penali.
Domanda a tutti: a cosa serve questo giornale? E, nel vostro caso, il carcere redime le persone? Mazza: "Questo giornale vuole parlare al fuori. Non far parlare "Radio carcere". E per dire una semplice cosa: questo è un carcere "buono", stiamo dalle 8 alle 20 a celle aperte. E ciò aiuta a digerire la lunga detenzione. Ma se il carcere non crea, insieme alle altre istituzioni, strutture di reinserimento e quando esci nessuno ti fa lavorare perché sei un ex-detenuto, allora non serve a nulla. Prenda me: ora mi laureo, ma sono interdetto dal fare concorsi pubblici. E allora a cosa mi serve?".
Antonio Dorio, trent'anni di pena, fa il grafico del giornale: "Questo giornale e le strutture di questo carcere servono a farci passare bene il tempo. Forse imparare un mestiere. Poi, fuori, non so...".
Guerrino Formica è un ex-rapinatore condannato per omicidio, da 22 anni in galera; uscì nel 90 in permesso e lo riarrestarono per spaccio: "Ero a Roma, ma io sono di Bologna. Uscivo in permesso ma nessuno mi dava lavoro perché ero detenuto... Qui ho studiato, ma a cosa mi serve se poi nessuno mi fa lavorare? Glielo dico io: il carcere non redime nessuno. Più duro è e meno redime, perché ti fa incazzare".