Horst Fantazzini

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TESTO INTEGRALE DELL'INTERVISTA A HORST FANTAZZINI, REALIZZATA DA ANTONIO GIAMPIERI DEL MAURIZIO COSTANZO SHOW

D. Presentati...
R. Sono Horst Fantazzini e mi trovo in carcere da circa 30 anni. Mi hanno arrestato in Francia nel 68, sono stato estradato in Italia nel 72 e da allora mi trovo in carcere, escluso qualche breve periodo di evasione.
Ora qualcuno si chiederà quanta gente ho ammazzato e che tipi di reati ho commesso. Io non ho ammazzato nessuno, la mia condanna più grande è di dodici anni, solo che rifiutando una serie di condanne che mi sembravano sproporzionate per i reati commessi, premetto che io ho fatto tutta una serie di rapine in banca con una pistola giocattolo ho collezionato varie condanne, 5 anni, 6 anni quando ero ricercato, poi quando mi hanno arrestato ed estradato ho fatto altri processi e ancora 5 anni, 2 anni, 3 anni, il continuato 1 anno e mi sono trovato con una serie di condanne che ammontavano a 22 anni. In quel periodo, parlo del 1972-73, non c’era la cosiddetta legge Gozzini, uno che doveva fare 20 anni li doveva scontare tutti, a meno che non potesse avere negli ultimi anni una condizionale o una grazia o roba di questo tipo. Io non ho accettato questo dato di fatto mi sembrava un’ingiustizia ed ho cominciato a pensare di evadere. Il primo tentativo di evasione l’ho fatto a Fossano, abbastanza pesante, ho sequestrato degli agenti di custodia, ne ho feriti tre e alla fine del tentativo sono stato anch’io crivellato di colpi. A questo punto ho cominciato ad essere un detenuto particolarmente difficile, questo vuol dire che in ogni carcere che andavo ero trattato in un certo modo, allora non c’era neppure la riforma carceraria che è uscita nel ‘75. Ho cominciato a girare in Italia nei vari carceri e ho cominciato a tentare di evadere, secondo tentativo, sempre con una pistola l’anno dopo a Sulmona, di nuovo ho sequestrato un paio di guardie, sono evaso, mi sono rotto una gamba, mi hanno arrestato in una casa lì vicino. Successivamente nuovi trasferimenti e ho cominciato a collezionare nuove condanne, 12 anni più 8 anni di continuato per reati minori: la pistola e queste cose qua, per i fatti di Fossano, otto anni per quelli di Sulmona ed ho cominciato a superare questi fatidici 30 anni che sono il tetto massimo della pena per un detenuto in Italia che non sia stato condannato all’ergastolo. Il primo cumulo l’hanno fatto d’ufficio e mi hanno portato a 30 anni a partire dal 74, secondo reato commesso. L’anno dopo, nel 1976, non è successo niente di particolare; nel 77 invece ho avuto una serie di piccoli reati, un oltraggio ai magistrati, una rissa in carcere a Volterra con dei fascisti e ho preso due anni per la rissa e 18 mesi per l’oltraggio e altri 18-20 mesi per un altro oltraggio, un nuovo cumulo e i trent’anni, a partire questa volta dal 1977, quindi 2.007. Poi nel 77 hanno avuto l’idea di creare le cosiddette carceri speciali, io ho inaugurato l’Asinara, in quel periodo - si era di maggio - ufficialmente le carceri speciali non esistevano ancora, però io, insieme ad un altro gruppo di compagni, si è inaugurato il bunker dell’Asinara, poi nel giro di un paio di settimane sono arrivati tutta una serie di brigatisti, di nappisti e si è riempito sia il bunker che un’altra sezione che era la speciale dei Fornelli; però ufficialmente le carceri speciali non esistevano ancora, sono state ufficializzate due mesi dopo, in luglio, con un’operazione diretta dal generale Dalla Chiesa che nel giro di una notte ha spostato circa 1.500 detenuti dalle carceri in cui si trovavano in 10 carceri speciali, che allora erano 10 le carceri speciali e così è iniziata questa storia, la lotta contro l’articolo 90 che era quell’articolo che ora non esiste più ma che può assomigliare a quello che è ora il 41 bis per i mafiosi e altri, anche se mi sembra da quello che leggo sui giornali che il loro 41 bis è ancora forse più pesante del nostro art. 90 che consisteva: colloqui con i vetri e senza contatti fisici con i parenti e i figli, niente pacchi dall’esterno escluso la biancheria, aria limitata e un sacco di altre limitazioni. Comunque cambiavano da carcere a carcere, in certi era più duro come l’Asinara o Nuoro, in altre magari un po’ più morbido. Abbiamo iniziato a fare le lotte in carcere e la prima la più dura è stata proprio l’Asinara dove mi trovavo io. La prima lotta è stata diciamo abbastanza morbida, una fermata all’aria mentre i compagni che erano ai colloqui hanno spaccato i citofoni, era impossibile spaccare i vetri divisori. Sono arrivate un centinaio di guardie con caschi e manganelli ci hanno caricato, manganellato ed io forse perché non sono scappato subito, non lo so, perché ho magari reagito, ho preso un sacco di botte, mi sono trovato con la testa tutto nero e alla sera quando ero in cella i miei compagni si sono accorti che non reagivo bene e che ero un po’ imbambolato, e poi ho perso conoscenza. Sono stato portato in ospedale in elicottero. All’ospedale mi sono svegliato la mattina dopo con delle flebo e probabilmente non volevano far sapere all’opinione pubblica ciò che era successo e appena fui in grado di rispondere a qualche domanda mi hanno ricaricato sull’elicottero e mi hanno riportato all’Asinara, al bunker questa volta, la rivolta era stata ai Fornelli.
In quel periodo fortunatamente sul posto a Sassari e a Porto Torres c’erano diverse nostre compagne, tra cui la mia compagna di allora Patrizia, che avevano capito che qualcosa era successo perché non le avevano permesso il colloquio. Solitamente quando non le permettevano il colloquio era perché il mare era agitato ma allora il mare era calmo e allora pensarono che fosse successo qualcosa, sono andati dal procuratore e il procuratore è venuto a fare un controllo e mi ha visto com’ero, nero, gonfio, un occhio chiuso, pieno di lividi e come me in condizioni più o meno simili una cinquantina di detenuti. A questo momento è successo il casino nella stampa e diciamo che per qualche tempo il nostro trattamento si è leggermente modificato. Dieci giorni dopo abbiamo letteralmente distrutto la sezione di Fornelli e nessuna guardia è intervenuta probabilmente per le polemiche uscite sui giornali nei giorni precedenti non sono intervenute. Abbiamo divelte le finestre e con le finestre abbiamo spaccato i muri e resa inagibile tutta la sezione, siamo stati trasferiti in altre carceri speciali e io sono arrivato a Trani.
A Trani stessa storia, erano in corso anche lì le lotte contro l’art. 90, lotte più o meno dure, si spaccavano le luci, le serrature delle porte, robe di questo tipo fintanto che poi tutto è sfociata nella famosa rivolta di Trani con l’intervento dei R.O.S. con gli elicotteri con le sparatorie e non si sa come nessuno rimanesse ammazzato. I R.O.S. hanno sparato su di noi e su tutti, c’erano anche una ventina di guardie che erano ostaggio nei vari cameroni e appena arrivati buttarono alcune bombe di quelle che fanno grande rumore ma nessun danno e poi hanno cominciato a sparare all’impazzata. Qualche guardia è rimasta ferita, ma questa cosa rimase più o meno coperta.
Da lì andai a finire a Palmi, e anche lì una serie di piccole lotte. Nel frattempo io ho fatto altri processi, ho preso qualche altra condanna per oltraggio ai magistrati e reati di questo tipo.
Poi sono stato trasferito a Nuoro, era la fine del 79 e ci fu un’altra lotta durissima, e anche lì questa volta addirittura con gli esplosivi le famose moka esplosive, macchinette da caffè che caricate con l’esplosivo con il detonatore e anche lì abbiamo completamente distrutto la sezione. La cosa divenne abbastanza grave perché nella sezione speciale eravamo mescolati compagni con altri e ci furono per questo dei regolamenti di conti interni e ci furono due morti sgozzati. Nei primi giorni fummo tutti accusati di omicidio e poi chi aveva commesso gli omicidi se li sono rivendicati e noi compagni una sessantina fummo accusati solo per la rivolta, detenzione di esplosivi, e anche lì ho preso 9 anni. Siamo nel 1980. Nuovo cumulo e la condanna va ad essere di 30 anni a partire dal 1980. Diciamo che tutti gli anni fatti precedentemente non contano più quindi fine pena 2.010.
Poi ancora Palmi e fino ad arrivare nel 1984 quando l’art. 90 fu abolito, hanno tolto i vetri, ci hanno permesso di ricevere i pacchi, hanno uniformato tutte le carceri e vuol dire che noi delle carceri speciali abbiamo avuto un piccolo vantaggio mentre tutti quelli delle carceri normali hanno avuto uno svantaggio: in quel periodo nei penali i detenuti potevano mangiare con i loro familiari, passare tutta una giornata insieme nella sala colloquio, non c’erano limitazione di colloqui, la famiglia poteva stare anche due-tre giorni. Con questa unificazione delle norme avvenuta nel 1984 i colloqui furono portati ad un’ora alla settimana per tutti, noi compresi; i pacchi sono stati portati ad un massimo di tre chili, mentre prima non c’era limitazione per i detenuti normali. Poi si sono accorti che biancheria e mangiare, 3 chili erano troppo pochi e li hanno portati a 5 subito. E queste norme sono rimaste anche ora: un’ora di colloquio la settimana, 5 chili di generi di vestiario e da mangiare una volta la settimana o comunque quattro volte al mese massimo e via così.
Passato qualche anno e la situazione tornata alla tranquillità sono stato trasferito a Busto Arsizio e lì sono rimasto 6 mesi isolato nei locali dell’infermeria che era al primo piano, in osservazione, diciamo e dopo sei mesi sono stato messo in sezione normale. Questo nel 1985.
E poi dopo qualche anno di tranquillità nel 1989 sono uscito per la prima licenza, avevo scontato circa 21 anni e il mio fine pena era il 2.010, quindi altri 21 anni da scontare. Ho ottenuto la prima licenza, sono rientrato, ho avuto la seconda, sono rientrato e le cose si stavano mettendo a posto. Avevo la richiesta di lavoro per la semilibertà, però quando sono andato in licenza ho trovato dei compagni che erano in carcere con me all’epoca durante il periodo delle lotte e che in questo periodo quando ero fuori erano in semilibertà, lavoravano e la sera tornavano in carcere e mi fecero un’impressione penosa. Pensare noi che abbiamo passato una vita a cercare di distruggere le carceri, e ora suoniamo il campanello per entrare. E ho avuto questa crisi diciamo personale e ho deciso di non rientrare, mi sembrava una contraddizione, mi sono detto vada come vada però io la scelta di essere io a diventare il mio carceriere non la posso fare e non son rientrato, questo nel dicembre dell’89. Ho giocato un po’ così alla ventura e ho retto per un anno e qualche giorno, mi hanno riarrestato, in casa hanno trovato indizi, oggetti, armi, documenti falsi, soldi falsi, assegni che provenivano da una rapina in una banca, sono stato imputato per i soldi falsi, per le armi, per i documenti falsi e per la rapina, mi fu proposto di collaborare, mi fu offerta una somma di denaro e l’impunità, queste cose che fanno sempre, me lo offrì Luigi Rossi, che allora era dirigente della Criminalpol del Nord.
Devo dire mi ha trattato con molto rispetto, eravamo in un ufficio io solo con lui, mi disse “So che lei signor Fantazzini è in difficoltà economiche, la galera è difficile e dura, lei mi può dare una mano”, era in corso un sequestro e infatti stava cercando un sequestro fatto da parte dei sardi nelle zone in cui io ero latitante, era un luogo dove non c’era tanta gente era un mese che non c’era turismo, mi disse “Lei mi dà qualche informazione eccetera, mi dica lei dove vuole mettere i soldi che le daremo per suo figlio, in Svizzera dove vuole lei, poi la sua situazione, ha già fatto tanto carcere, l’aggiustiamo noi...”. E io risposi con queste testuali parole: “Mi avete preso la libertà, ma la dignità non me la prenderete”. E lui mi disse “Se ci ripensa questo è il mio recapito”.
Così finii in carcere e la prima ritorsione per questo mio comportamento dignitoso è stato che al posto di fare un unico processo per tutti i reati che mi hanno imputato, come in questi casi accade, mi hanno distinti i reati e ho fatto quattro processi di cui non ho ancora finito questo processo, sono passati 7 anni e ho preso 5 anni per la rapina, 5 anni e mezzo per le armi, l’altro giorno mi hanno di nuovo rinviato il processo per i soldi falsi, 2 anni per documenti falsi. Succede che intanto con queste prime condanne c’è stato un nuovo cumulo con i fatidici 30 anni a partire dal mio nuovo reato che è stato nel 91 e quindi il mio cumulo va al 2.021.
Nel frattempo si è aggiunto un altro processo, quello dei soldi falsi, e quindi mi sembra che mi trovo al 2.022 circa con tutte le condanne. E’ stato fatto il continuato che è diverso dal cumulo, il cumulo è la somma matematica dei vari reati, a cui uno è stato condannato, la norma è se superi 30 anni è ridotta a 30 anni. Per alcuni i 30 anni partono dal giorno dell’arresto reale per altri a discrezione di chi applica questo cumulo parte dall’ultimo reato commesso. Questo ha anche una sua logica..., se fossero 30 anni reali, come dovrebbero essere, ad un certo momento uno si troverebbe quella patente di impunità, può fare quel che vuole, perché sono sempre trent’anni e quindi viene applicata questa norma per impedire che uno commetta ulteriori reati; però può essere applicata in diverso modo: in modo punitivo, in modo diciamo più normale.
Premetto che sembra una storia strana ma nelle carceri ce ne sono tanti come me che hanno da scontare un cumulo di 30 anni ma che però ne hanno già scontati 25-28 e ne devono ancora scontare 15-20 e non solo compagni che hanno fatto lotta nelle carceri e che hanno cumulato una serie di condanne per le rivolte per tentate evasioni o altro, ma anche gente comune che hanno cumulato un sacco di piccoli reati, magari a piede libero, e poi processi non curati, magari l’avvocato d’ufficio difende il primo grado e poi si rimette alla clemenza della corte ma poi non segue l’appello, e non va in cassazione, e quindi uno si vede arrivare definitivi ad un certo momento qualche reato, lo arrestano e nel frattempo altri reati e comincia a cumulare una serie di reati e alla fine supera i 30 anni. Un anno, due anni, tre anni, nel giro di 10 anni uno ha commesso una serie di reati che poi gli arrivano tutti separati assieme. Bastava un avvocato che a questi processi avesse chiesto un continuato di reati, ma l’avvocato non c’era, era d’ufficio o non era a conoscenza.
Di queste situazioni ce ne sono veramente tante, saremo una ventina nelle mie stesse condizioni, forse io detengo qualche record di durata della pena già scontata e soprattutto ancora da scontare, record che vorrei non detenere, ma non è una situazione unica, cioè io credo che questo sia un problema che quando è stato fatto il nuovo codice di procedura penale, che l’ha fatto una degnissima persona, l’avvocato Giandomenico Pisapia, morto qualche anno fa, questo fatto della continuazione del reato e del cumulo non è stato forse affrontato nel modo che avrebbe dovuto essere affrontato, sono rimaste cioè le vecchie norme che risalgono al Codice Rocco del periodo fascista.
Se mi presto a questa intervista, io ritengo che sia quasi un regalo che mi è stato fatto, è anche per evidenziare questo stato di fatto, non solo per me ma anche per quelle altre persone che si trovano nelle mie stesse condizioni e per altri che si potrebbero trovarsi.
E’ necessario rivedere queste norme della continuazione dei reati e soprattutto del cumulo e poi il massimo della pena che sia 30 anni sono già tanti, in altri paesi d’Europa nessuno sconta 30 anni, voglio dire che 30 anni sono tanti e mi sembra che in Europa che uno sconti 30 anni senza aver fatto una strage, senza aver ucciso nessuno, non esistono altre persone che si trovano in questa condizione. Quindi credo che la norma e la situazione in sé dovrebbe essere discussa da competenti (Ministro, o dal sottosegretario o da qualche avvocato) per rivedere questa norma... (con un filo d’ironia nella voce) in America il condannato a morte viene chiamato Dead Man Walking, non so come definire gente come noi, fantasmi in cammino? Non lo so, però la situazione io ritengo sia anormale, assurda e soprattutto vergognosa. E spero che questa intervista possa muovere qualcosa...
Ora si parla di entrare in Europa, e beh! Bisognerà entrarci anche civilmente, intendo dire adeguandoci a quelle norme che in Europa già esistono, può sembrare strano che faccia ora questo discorso riformista, chi magari 20 o 30 anni fa parlava di distruggere questa società, però mi rendo conto che parlare di distruggere è facile, distruggere può essere possibile però bisogna anche ricostruire e fuori dalle ideologie ma venendo sui fatti concreti può essere riformistico però, quando esistono delle situazioni in tutto il vivere civile di una nazione che si possono modificare in meglio per tutti, ecco una strada che si può delle volte anche percorrere... (con un tono divertito) qualcuno dei miei amici si metterà le mani nei capelli, dirà: “è proprio rimbambito Horst!”. No, non sono rimbambito! E’ che mi rendo conto che ad arrampicarsi sempre sugli specchi uno può diventare anche per certuni un eroe, un esempio da seguire, ma la vita, la vita reale è fatta anche di possibilità di vivere di modificare le cose, nell’impossibilità di distruggere e di ricostruire da zero. Mi sto perdendo in discorsi che non volevo fare. Però, insomma... parlavamo di norme che son da modificare, e se le norme son da modificare (ride imbarazzato) bisogna dirlo, ecco!
Queste norme son da modificare e quindi è un discorso riformista, però è un discorso che va fatto per chi come me si trova in carcere e sembra che le chiavi le han buttate via...
E ora credo che se mi fai qualche altra domanda mi togli da questo imbarazzo.
D. Allora io adesso ti volevo dire se mi racconti ciò che ti ricordi della tua prima rapina.
R. Sì adesso andiamo nel folklore! (ride) Va bene. Allora, raccontando la mia prima rapina bisogna andare un po’ addietro negli anni. C’è stato un periodo nel quale... diciamo che io per tutta la mia vita fino ad allora avevo lavorato prima in fabbrica poi ho fatto anche l’impiegato, il barista, il pizzaiolo... diciamo che non riuscivo a mantenere i lavori troppo a lungo perché avevo un carattere non troppo docile e litigavo spesso coi miei datori di lavoro, cambiavo lavoro, però fino ad allora ho sempre lavorato. A un certo momento ho pensato che non era giusto che alcuni dovessero sempre e solo lavorare ed altri sempre e solo arricchirsi; avevo letto anche qualche libro, provengo da una famiglia di rivoluzionari, mio padre è stato uno dei primi antifascisti ha fatto circa 22 anni di latitanza all’estero nel periodo fascista, è tornato nel ‘45, per la Liberazione e in casa mia si respirava un’aria diciamo non troppo rassegnata e diciamo così c’era un’atmosfera abbastanza rivoluzionaria anche se in quel periodo non c’erano rivoluzioni. Ed io probabilmente questa parte di questa mia famiglia l’ho interpretata in un modo che non era consono diciamo al comportamento di mio padre. Comunque ad un certo momento, anche leggendo certi libri: La Banda Bonnot, che mi entusiasmò: la Banda Bonnot è una serie di compagni anarchici che rapinavano banche per finanziare sia il movimento che per la loro esistenza. Poi c’è anche una frase di Brecht che diceva che è molto più criminale inaugurare una banca piuttosto che scassinarla, e queste cose mi hanno molto colpito, ma forse anche inconsciamente per me le ho usate come alibi sociale per la decisione che stavo prendendo e decisi un bel giorno, anche perché mi sembrava una cosa molto avventurosa: la BANCA era il simbolo del potere...
Come ho fatto la mia prima banca? Intanto io non ho mai avuto contatti con la malavita comune, non ne avevo allora e non ne ho mai avuti dopo, così come non avevo nessuna esperienza su queste cose però ho rubato la mia prima macchina, mi sono studiato la mia banca che allora non era banca ma ufficio postale, premetto: ho studiato le strade, fintanto che ho comprato una pistola giocattolo che somigliava abbastanza a quelle vere e un giorno sono entrato in questa banca, in questo ufficio postale, il primo e unico ufficio postale, poi da allora e in avanti sempre e solo banche. Dentro c’erano tre impiegati una donna e due uomini e io quando entrai, sicuramente anche se non si vedeva ero emozionato, spaventato anche. C’era gente nell’ufficio postale ho aspettato che uscissero, ho fatto finta di riempire qualche modulo, quando son rimasto solo mi sono presentato alla cassa, avevo una borsa, ho tirato fuori quella pistola di plastica, l’ho puntata al cassiere e gli ho detto “Dammi tutti i soldi che ci hai qui”. E lì, si sono un po’ spaventati, sono rimasti anche un po’ interdetti perché diciamo non avevo un’aria molto truce, adesso sono invecchiato ma allora avevo la faccia da bravo ragazzo, diciamo no? Poi hanno capito che facevo sul serio e non si capiva se ero più spaventato io o loro, ad ogni modo i soldi me li ha dati e c’era la ragazza ch’era quasi svenuta... Io ho preso tutti i soldi, sono uscito, sono risalito sulla macchina,ho lasciato il posto, ho fatto un paio di km., ho nascosto la macchina, ho preso una corriera e sono tornato a Bologna. E questa è stata la mia prima rapina...
Andata bene questa rapina mi sono trovato con un po’ di soldi in più di quelli che solitamente avevo quando lavoravo, in quel periodo ero sposato e avevo già un figlio, mia moglie lavorava e mi sono trovato con questi soldi in più e si è cominciato a fare degli acquisti: una stufa economica e un frigorifero (siamo agli inizi degli anni '60) e mia moglie rimase abbastanza incuriosita, normalmente non avevamo i soldi per arrivare alla fine del mese; io avevo inventato una storia: che avevo avuto un incidente e che l’assicurazione aveva pagato questi soldi e così ho cominciato ad arredare un po’ la casa... poi purtroppo il primo arresto, l’evasione e successivamente l’arresto in Francia...
D. Sapevi poche parole in francese per rapinare...
R. Ad un certo punto dopo la mia prima evasione che fu nel '67 io ho continuato a fare alcune rapine in banca in Italia... Ricordo che una volta ero a Bergamo per rifare una rapina in una banca che aveva già rapinato, ero lì a Bergamo per cercare di trovare una macchina e ad un certo momento vedo un giornale murale che veniva messo per le strade e vedo la mia foto. Mi dico “Cavolo, che succede?” già mi preoccupo perché la gente poteva anche riconoscermi, vado in edicola, compro il giornale e lo leggo, stavano ancora parlando di quella rapina che avevo fatto lì 20 giorni prima... La prima cosa che ho fatto, me ne sono andato da Bergamo e poi la rapina l’ho fatta a Brescia. Comunque capii che era il momento di lasciare l’Italia e allora andai all’estero prima in Germania, dove anche lì ho fatto qualche rapina e poi ogni tanto dalla Germania mi spostavo in Francia sempre per far rapine, ma non conoscevo abbastanza bene il francese, ricordo che quando feci la prima rapina in Francia così come fa uno scolaretto imparai alcune frasi standard, utili per esempio: “Tous le monde par terre”, “Tous l’argent ici”, non suonate l’allarme, non vi muovete ecc. tre o quattro frasi che si usano per fare una rapina, anche se la cosa più importante è la gestualità il comportamento, non importa tanto parlare e così è stato.
La seconda rapina in Francia a Saint Tropez è quella dove mi hanno arrestato.
D. Il tuo stato d’animo i tuoi sogni.
Dopo 30 anni, cosa rimane di una persona?

R. Rimane la persona se la persona riesce ad aggrapparsi e a salvare alcune cose che ha già dentro di sé.
Io credo di non essere cambiato quasi nulla in questi 30 anni. I miei sogni sono quelli di 30 anni fa. Certo fisicamente sono invecchiato, ma diciamo che più o meno la mia voglia di vivere, i miei desideri sono rimasti bloccati al giorno che mi hanno arrestato, e li ho fatti vivere, ho continuato a farli vivere in tutti questi anni.
Per esempio i sogni, sono una cosa importante ed io ci rifletto molto sui sogni quando me li ricordo. Io per tutti questi 30 anni ho sempre sognato di uscire dal carcere naturalmente nel sogno il carcere è diverso, non sono mai questi carceri qua, sono carceri strani e c’è gente normale, familiari, i colloqui sono diversi però nei sogni io scappo sempre dal carcere, però per quanto io faccia anche volare ma mi sono sempre alle calcagna, per quanto io faccia, io passi attraverso boschi, vicoli, scorciatoie, corri di qua e corri di là, me li trovo sempre dietro e mi sveglio sempre con una sensazione di inutilità, di impossibilità e sempre ogni notte sogno questi sogni. Una cosa importante è questa che io ho potuto constatare l’ultimo anno che ho passato fuori in latitanza questi sogni sono scomparsi, non sognavo più di scappare dal carcere, invece una notte ho sognato che mi avevano arrestato e quando mi sono svegliato è stata una delle più belle gioie della mia vita di svegliarmi ancora nel mio letto con una ragazza accanto, una gioia pazzesca, tremenda.
E ora ho ricominciato a sognare che scavalco i muri per quanto io non sono più in grado e non ci penso nemmeno di evadere, ho 60 anni, diventa quasi patetico. Ma qualcosa dentro il profondo del cervello è rimasto questo sogno che non si vuole spegnere.
Questo è uno dei miei sogni ricorrenti, l’altro è il sesso, sogno spessissimo di fare l’amore e sul più bello mi sveglio sempre.
D. Si redime una persona in 30 anni?
R. Vuoi che parliamo di questo? Dicono che il carcere per quanto riguarda il motto degli agenti di custodia è "redimere sorvegliando" o "sorvegliare e redimere" o una cosa di questo tipo. Ed in realtà il carcere è improntato a questo, tutta la filosofia del carcere nelle regole scritte, nei regolamenti, nei codici è fatto in questo modo. Volete sapere se per me il carcere possa redimere? Io, veramente, se devo dire la verità di ragazzi, di uomini ne ho conosciuti tanti durante la mia vita carceraria e di tutti i tipi, ma di redenti, nel senso di recuperati alla società non ne ho trovato nessuno. Se uno, una volta uscendo non commette più gli stessi reati di prima è per paura di rientrare in carcere ma non perché pensi che sia sbagliato farlo. Io credo che chiunque commetta un reato, anche se non ne è conscio, è una forma di ribellione davanti alla giustizia, è appunto quella che vivevo io quando ero ragazzo di lavorare per quattro lire e non riuscire mai ad arrivare alla fine del mese. Diciamo, questo è per la maggior parte della gente. Altri sono indotti perché spinti dal modello della società nella quale vivono, insomma la pubblicità, la bella macchina, la bella donna, il bel profumo, il bel vestito, si trovano poveracci che non possono permettersi nulla di tutto questo e a questo punto, eh, o ti adegui, o ti ribelli per avere queste cose. Credo che questo sia un modo sbagliato comunque di ribellarsi, però la maggior parte della gente è per dimostrare che anche loro possono permettersi queste cose che la società ti spinge ad avere. E molti sono in carcere per questo, per avere l’abito firmato, per avere i jeans di Valentino, per avere cose di questo tipo insomma... ragazzi giovani eccetera. Questo è un modo parziale comunque di spiegareil carcere, perché la maggior parte della gente che è in carcere ora... un problema che quando io fui arrestato la prima volta non c’era... faccio una breve parentesi, quando fui arrestato le prime volte in carcere c’era più o meno gente come me, rapinatori, ladri, qualche truffatore, c’erano anche allora i violentatori ma venivano tenuti da parte, però il problema della droga non esisteva per nulla, parlo degli anni ‘60 primi anni ‘70. Poi, io ho avuto questa lunga parentesi di carceri speciali, dal ‘77 all’85, e la composizione nostra erano tutti compagni o comunque detenuti di un certo tipo, e anche lì il problema della droga non esisteva non è mai esistito. E poi mi sono trovato a Busto Arsizio, e lì ho cominciato a vedere un mondo che non conoscevo, il carcere era completamente trasformato: ragazzi drogati, che si drogano in carcere perché, checché se ne dica nelle carceri la droga entra, non sta a me dire come o in quale modo, però tutti lo sanno... voglio dire che ora nelle carceri vivono fianco a fianco vittime e carnefici, cioè, il ragazzo drogato che per avere la sua dose con uno scippo si prende qualche anno di carcere e lo sfruttatore medio - perché i grandi non ci sono mai dentro - lo spacciatore medio, è quello che fuori ti dà una dose e quello che a volte si trova in carcere... I due aspetti di una medaglia, si trovano insieme e si ricompongono qui in carcere gli stessi rapporti di forza che c’erano all’esterno. Lo spacciatore continua a spacciare e il drogato continua a drogarsi. Dicevo che questo carcere si è molto modificato, e quindi non è che come dicevo prima ci sono tanti che aspirano a una vita migliore, ma ci sono un sacco di poveracci, di ragazzi, che per avere la loro dose quotidiana fanno un furtarello, fanno uno scippo, eccetera. Non c’è una statistica precisa, ma penso che il 60 % della popolazione detenuta sia fatta di drogati e piccoli spacciatori.
D. Ti senti in qualche modo piegato?
R. (scuote la testa) No. Non mi sento per nulla piegato. Ritengo però di interpretare la mia esistenza o la mia carcerazione in un modo diverso dal passato, per l’età o per stanchezza o per razionalità. Ma non mi sento per nulla piegato, le ingiustizie che io ho visto in passato le vedo anche oggi, e finché avrò voce per dirlo le denuncerò. Piegato no, eh, come dire... corroso? Corroso, sì.
D. Come si vive pensando di uscire fra vent'anni e più?
R. Si vive molto male. Si vive molto male, ma è dai primi giorni di carcerazione che le cose stanno andando in questo modo. Si vive, o si viveva, pensando che qualcosa si modifica, in passato, scavando buchi nei muri, quante volte ho fatto dei buchi poi mi hanno fermato prima... oggi, è un po’ fuori moda pensare di fare dei buchi o di scavalcare un muro, e uno pensa che le cose si modificano... non si può vivere pensando che uno uscirà veramente fra vent’anni, uno pensa che è una cosa così assurda, così inumana, che è veramente impossibile farsene una ragione...
D. Qual è la cosa che ti dà più forza, più speranza.
R. La cosa che mi dà più forza e speranza è il rapporto con l'esterno, con la famiglia, mio figlio... i miei figli... con le compagne di volta in volta mi hanno seguito in questa lunga storia, i compagni, gli amici... diciamo che uno si crea un mondo altro dal carcere, la corrispondenza, i colloqui, insomma, si vicono altre cose. Io nelle mie lettere non parlo mai del carcere, parlo di situazioni esterne, di cose che succedono nel mondo, di speranze, di desideri, di quando faremo finalmente per la prima volta l’amore, e cose di questo tipo. Però quello che dà realmente la forza, a condizione che tu hai un po’ di forza tua da poter impiegare in questa lotta, è il rapporto con gli altri, qualcuno che ti ama qualcuno che ti incoraggia qualcuno che ti dà solidarietà. Io facendo parte di un movimento anarchico, è un movimento che dal secolo scorso ha sempre lottato, ha avuto sempre i suoi rifugiati, ha avuto sempre le sue storie, è rimasta questa tradizione di forte solidarietà verso i propri compagni, e questo ti dà una certa forza di andare avanti.
D. E' facile per chi non ha questa forza, perdere un po' il senno?
R. Vedi, molti pensano che uno che sta in carcere da tanto tempo abbia perso il rapporto con la realtà, che vive un mondo suo immaginario che è una forma di pazzia se vogliamo, e questo a volte lo pensa anche la mia compagna, nel senso che io non capisco la situazione esterna, i problemi esterni così, non è affatto vero, voglio dire che noi viviamo in rapporto, nel modo in cui la vita si rappresenta a noi: prendiamo non so, uno che vive in un paesino di montagna e tutta la sua vita la passa lì, non è che è diverso da un carcerato, la sua finestra sul mondo è la televisione, è il giornale, è... le notizie che gli arrivano dall’esterno, dall’esterno nella sua prigione che è un paesino sperduto in montagna dove magari c’è gente che non si sposta per vent’anni... e questo succede anche nelle grosse città, nei palazzoni dormitori, la gente che va di giorno a lavorare, in Francia dicono “Dodò Boulot Metrò” che vuol dire più o meno dormire lavorare pendolare, sta tutto il giorno nelle fabbriche negli uffici, esce, torna a casa, si mette davanti alla televisione, legge il giornale, sta con la famiglia... voglio dire, la vita normale, non la si vive mai realmente, la si vive di riflesso per come ci viene mostrata. E non è molto diverso stare in carcere a leggere il giornale e guardare la televisione o stare fuori a guardare la televisione e a leggere il giornale. Quello che il Maurizio Costanzo Show ci vuole far vedere, o quello che altre trasmissioni vogliono farci vedere... poi chiaramente c’è anche chi vive realmente, io credo che oggi quelli che vivono realmente, e questo adesso mi fa molto piacere dirlo, sono questi ragazzi che negli ultimi tempi è molto di moda parlarne: gli squatters, no? Questi ragazzi oggi, con la caduta dei muri, delle ideologie... questi ragazzi hanno fatto una scelta radicale, sono i più coerenti di tutti, rifiutano questo mondo integralmente, e cercano con le loro forze, con i loro mezzi, come possono, di crearsi un mondo una vita a parte fuori ai lati ai margini, non si ritengono emarginati, si ritengono FUORI, lontano da questo vivere... ecco, io ritengo che quelli che realmente vivono siano questi, perché vivono una vita loro, non una vita indotta da altri, dalla televisione o dal mercato, vivono una vita realmente loro, che bella o brutta che sia, se a loro piace, è una bella vita ed è la loro vita, ma gli altri, gli integrati diciamo... certo, c’è chi vive bene c’è chi vive male... però si vive sempre seguendo dei modelli per imposizioni morbide... chiaramente c’è chi va alle Canarie va dove vuole, è un po’ diverso dall’operaio che le Canarie non può permettersele e va a Rimini, però è solo un grado di benessere diverso, non è una vita reale, è una vita costituita da modelli che noi ci adeguiamo a viverla... questi ragazzi, questi squatters che io amo tantissimo, e se possibile vorrei salutare EDO il compagno che si è suicidato, sono i più coerenti attualmente, e credo che nessun altro possa dire la stessa cosa (rivolgendosi al giornalista con un sorriso ironico) lei, la vedo perplesso... perché nessuno di noi vive la sua vita, vive quella che gli è permessa di vivere, accettando certe regole, e se ti ribelli a certe regole... chi fa una rapina va in prigione, chi fa una trasmissione di un certo tipo viene licenziato (con tono molto ironico), chi non si adegua al capufficio viene licenziato, e così via, e sono queste le centinaia di prigioni del nostro vivere quotidiano, e questi ragazzi, loro sono veramente evasi, loro vivono veramente la loro vita.
D. Hai qualche messaggio da far uscire di qui?
R. Beh, io scrivo, non è che c'è una censura, almeno non apparente... di qui non posso fare uscire nessuna immagine, cosa che non è permessa...
D. (rumori di sottofondo di chiavi e porte sbattute che sovrastano la voce) i tuoi rapporti sentimentali...
R. Come dicevo prima, la cosa più importante che sorregge uno come me a sopportare una vita di questo tipo, cioè l’inesistenza della vita nel desiderio di poterla vivere un giorno, è il rapporto con le persone esterne, e qualche volta anche con le persone interne anche in carcere si possono instaurare dei buoni rapporti con i compagni o con qualche persona pulita, ma soprattutto il rapporto con l’esterno... io nella sfortuna, nell'enormità di questa... (i rumori continuano a disturbare l’intervista)...
(Riprende di nuovo il filo del discorso) Una delle cose più importanti sono i rapporti con l’esterno, con gli amici, con i compagni, ma soprattutto gli amori che nonostante queste barriere, questi muri, questa negazione dell’esistenza si riescono a vivere comunque. Io nella disgrazia, mi ritengo molto fortunato, nel senso che durante tutti questi lunghissimi anni, ho sempre avuto una persona a cui dare il mio amore e da cui ricevere amore, compagne che si sono anche battute per la mia libertà, vorrei qui salutarne una dico solo il nome, Valeria, che addirittura per aiutarmi per un’evasione ha dovuto scontare 7 anni di carcere... io l’ho amata tanto, e le voglio ancora bene, è una carissima persona, vorrei salutarla e dirle che le sono ancora riconoscente, e mi sento ancora in debito con lei come allora... e poi, altre compagne, attualmente (visibilmente emozionato) sono innamorato di una STREGA, Pralina, che una volta al mese mette il suo zaino in spalla e viene fin qua per fare quattro ore di colloquio, scambiarci qualche carezza, qualche bacio, qualche promessa, il desiderio di potere continuare questa nostra storia fuori, presto... e queste sono le cose che tengono veramente viva una persona, cioè nella sua voglia di vivere, nei suoi desideri da vivere un giorno... le lettere, le lettere degli amici dei compagni, ma soprattutto le lettere d’amore, i bigliettini e le piccole attenzioni, i fiori secchi in una busta, i disegnini e tante tante di queste cose, e Pralina, o comunque anche le compagne che mi hanno aiutato in questa situazione, ma soprattutto Pralina oggi, è un aiuto tremendo per me. Probabilmente se io non avessi Pralina o in passato non avessi avuto qualcuno, allora sì che sarei uscito di senno, perché per vivere non è soltanto il desiderio di vivere di avere una vita libera fuori, non è soltanto l’egoismo di avere delle cose, ma è di vivere la propria vita con una persona con la quale si sta bene insieme, che si ama. E il pensiero, il desiderio, il progetto di questo futuro è quello che mi dà la forza di andare avanti.

(Carcere di San Michele, Alessandria, 8 maggio 1998)

Sbobinatura di Giuliano Capecchi e Cinzia Labriola, trascrizione al computer di Patrizia "Pralina" Diamante