Horst Fantazzini

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Racconti

LEONARDO

Il sole scendeva rosso dietro le montagne lontane.
L'uomo si volse verso i fuochi che venivano ravvivati per la notte dalle donne.
Fra poco sarebbe tornato nella sua calda e accogliente caverna e avrebbe mangiato con gusto la carne della quale gli giungeva l'odore, poi avrebbe atteso che tutti dormissero per uscire sulla soglia ad aspettare il giorno successivo e controllare che nulla di male accadesse alla sua gente.
E gettare ogni tanto della legna nel fuoco.
Dai monti veniva un vento fresco che portava con sé l'odore della neve.
Presto sarebbe scesa dalle cime lontane e un freddo mattino i cacciatori avrebbero potuto seguire senza sforzo le orme della selvaggina fra le piante del bosco.
Gli uomini stavano tornando dalla caccia e sorridevano contenti alle grida dei ragazzini che correvano loro incontro. Era stata una buona giornata, nessuno era rimasto ferito e avevano ucciso un grosso animale.
I ragazzi presero i pezzi di carne dalle loro mani e li portarono verso le madri in attesa davanti ai fuochi che i loro uomini facessero un cenno.
L'uomo sedeva in una radura, non lontano dal villaggio e, da quando non poteva più muoversi con le sue gambe passava tutto il giorno a guardare il cielo, gli alberi e gli uccelli e a parlare con sé stesso senza muovere la bocca e senza versi.
Aveva scoperto che si divertiva a far girare le immagini dentro la sua testa o dovunque fosse che giravano.
A lui pareva che fosse dietro gli occhi, sotto i capelli, ma avrebbe potuto essere anche da qualche altra parte del suo corpo, che ormai serviva solo per consumare il cibo, sempre scarso, che gli altri uomini riuscivano a portare dalla caccia.
Fu dopo quel giorno in cui venne ferito alla schiena, mentre insieme agli altri cercava a colpi di pietra di ammazzare un animale dalla pelle dura, che si ritrovò ad essere un peso per la sua gente.
E un peso lo era per davvero per gli uomini che al mattino lo trasportavano a braccia verso il suo boschetto e lo mettevano a sedere in quello spiazzo, da dove poteva vedere le caverne e la via che i nemici avrebbero dovuto percorrere se avessero voluto assalirli.
Di solito gli invalidi venivano abbandonati a morire perché nessun villaggio poteva permettersi di mantenere chi non era in grado di procurarsi il cibo per sopravvivere e le pelli per coprirsi d'inverno.
E così avrebbe dovuto essere per lui, e l'uomo lo avrebbe accettato perché quella era la regola, pure se vivere era la cosa che gli piaceva di più. Invece, sia per il fatto che non aveva né donna né figli, sia perché a causa di questo aveva sempre regalato agli altri il cibo che riusciva a procurarsi e che non poteva consumare da solo, il villaggio aveva deciso che era venuto il momento di restituire a quell'uomo ciò che egli aveva dato nel corso della sua vita attiva.
Così era rimasto a giocare con i bambini e a guardare di notte i buchi luminosi che riempivano il cielo e la grande luce bianca che lo attraversava volando da una nuvola all'altra.
La sera, dopo che gli uomini lo avevano ricondotto nella sua caverna e avevano mangiato con lui, dopo che le donne avevano messo i bambini a dormire e si erano accovacciate stanche vicino a loro, quando i fuochi ardevano colmi di brace e le ombre della notte si aggiravano per i boschi silenziosi, allora egli sedeva fra gli altri uomini e raccontava a quei volti affaticati le storie che avevano per tutto il giorno girato dentro la sua testa, dietro gli occhi e sotto i capelli.
Narrava di cacciatori dei tempi passati, quando gli animali erano numerosi e la neve non scendeva mai a ricoprire i sentieri delle pianure. Quando bastava allungare le mani per afferrare gli uccelli e i pesci saltavano sulla riva dai fiumi che scorrevano rumorosi e il gelo non aveva catturato l'acqua sotto di sé.
Raccontava, e più raccontava più storie aveva da raccontare, e la sorgente dentro la sua testa non si esauriva mai.
Una volta raccontò di uomini che lottavano a colpi di pietra contro la loro futura cena, e gli venne in mente che avrebbero potuto usare un grosso ramo appuntito per ucciderla, come quelli che usavano per cuocerla. Nessuno ci aveva pensato prima perché nessuno sapeva ancora pensare, non ne avevano il tempo, e lui stava imparando solo adesso che non doveva più lottare per il cibo.
Però qualcuno il giorno dopo si ricordò di provare il metodo che egli aveva raccontato e si accorse che funzionava. E così non fu più necessario avvicinarsi troppo alle belve per poterle uccidere e da quel giorno furono sempre di meno gli uomini che venivano feriti, e il cibo giunse più abbondante nel villaggio.
Due uomini robusti vennero verso di lui e lo salutarono con un cenno del capo, parlavano poco e a fatica, solo se era necessario per avvertirsi di un pericolo, ma anche in quel caso un grido era più efficace. E la fame e il freddo non avevano bisogno di parole per essere spiegati, li conoscevano tutti.
Il vento muoveva le foglie sui rami più alti e odore di carne arrostita veniva a solleticare il naso e ad agitare lo stomaco.
I due lo sollevarono insieme e, senza sforzo apparente, lo trasportarono davanti al fuoco dove stava il suo posto, che nessuno osava occupare.
Sempre gli davano da scegliere il pezzo migliore e sempre lui sceglieva quello meno pregiato, con la scusa che non si muoveva e quindi aveva poca fame, ma in effetti pensava che fosse più giusto e più utile per il villaggio nutrire meglio i cacciatori che dovevano provvedere alla sopravvivenza di tutti.
Ma gli altri non capivano i motivi del suo comportamento e davvero credevano che egli non avesse fame. Aveva buon gioco con quelle menti più semplici della sua.
E tutto era cominciato quando era stato costretto all'immobilità.
Fu allora che presero a formarsi le prime immagini dentro di lui, cose che egli non aveva mai visto né vissute, che nascevano da sole e formavano storie e oggetti che non esistevano in quella parte di mondo.
Sedeva tutto il giorno sotto un albero e quando c'era un po' di sole si trascinava verso i raggi cercando di riscaldare le sue gambe sempre fredde, ma il sole appariva di rado ormai e il fuoco non riusciva a ridare loro il calore dei tempi in cui correva con gli altri cacciatori, con la sacca delle pietre che gli batteva sulla schiena.
Passarono le stagioni ed era sempre inverno. Ormai nessuno ricordava quasi più una giornata di sole. I suoi capelli avevano preso il colore della neve che ricopriva la terra. La sua vita era ormai alla fine, l'uomo lo sapeva e avrebbe voluto poterla finire fra gli alberi che lo avevano visto nascere e che gli avevano fatto compagnia nei giorni passati. Quando andava a caccia per sé e per la sua gente, e quando le sue gambe si erano poi fermate, e immagini che non esistevano erano entrate nella sua testa.
Ma gli alberi erano morti prima di lui. Eppure sembrava che nessuno potesse distruggerli, si innalzavano verso le nuvole e gli uccelli volavano da un ramo all'altro.
Ma una mattina la neve cadde per rimanere e gli alberi morirono.
Poi morirono gli uccelli.
Cadevano dai rami uno dopo l'altro e sfidando il freddo gli uomini correvano a raccoglierli.
E fu una fortuna perché altrimenti non avrebbero avuto da mangiare. Ma fu l'ultima. Morti gli uccelli e morti gli alberi gli altri animali fuggirono e allora anche gli uomini dovettero abbandonare quelle comode e calde caverne dove erano vissuti per tanti anni e dove egli aveva imparato a cacciare, e dove aveva trovato il coraggio di raccogliere un ramo bruciato e di portarlo da suo padre.
Ancora ricordava quando il vecchio gliel'aveva strappato e buttato su altri rami secchi e il fuoco era divampato di nuovo.
Allora egli aveva raccolto altri rami e aveva acceso un fuoco più piccolo vicino alla sua caverna, e gli altri ragazzini si erano avvicinati per scaldarsi.
Fu lui a portare per primo il fuoco sotto una sporgenza della roccia e ad accorgersi che così la pioggia non riusciva a spegnerlo.
E poi tutti presero a fare la stessa cosa, e suo padre cominciò a lasciarlo stare quando la sera lo vedeva con gli occhi fissi nel buio, dove puntini luminosi formavano figure nella sua testa di bambino.
Ne erano passati di anni da allora. E adesso sedeva, come al solito, davanti ad un fuoco acceso dentro la caverna, come egli aveva suggerito di fare dopo essersi accorto che in alto c'era un buco dal quale si vedeva il cielo.
Ma non era la sua vecchia caverna. Dalla soglia vedeva il chiarore della luna riflettersi sulla neve, che ormai gli aveva fatto dimenticare il colore dell'erba.
Appoggiato con la schiena alla parete faticava a prendere sonno e passava le ore ad osservare gli uomini che russavano avvolti nelle pelli, per difendersi dal gelo che da tanto tempo ormai li inseguiva. I pochi bambini rimasti dormivano stretti alle donne, vicino ad un fuoco più piccolo che egli non poteva alimentare perché era troppo lontano dalle sue gambe.
Il tempo passava e la notte si faceva più scura. La luna tramontò e da fuori giunse soltanto il buio, a mescolarsi con quello di dentro.
Egli rovistava nella brace e correva dietro alle immagini che si agitavano nella sua testa, ormai lo sapeva che stavano lì, e non si meravigliava più che fossero così numerose e colorate.
I suoi occhi guardavano fissi nel fuoco e si muovevano solo per cercare altra legna da aggiungere. Lontano, nella notte silenziosa, qualche animale gridava, forse di freddo o di fame.
Non aveva più voglia di scappare dal gelo e dalla neve. Pensava che presto avrebbero ricoperto tutto il mondo e che quindi fosse inutile continuare a fuggire. E non voleva pesare su quei pochi che restavano della sua gente un giorno felice.
Il cibo ormai diventava sempre più scarso ed era difficile trasportare i grossi animali che venivano uccisi, quando ancora se ne trovavano.
Eppure uno di loro avrebbe potuto nutrire per molto tempo la sua tribù, ma essi dovevano fuggire verso il caldo e non potevano fermarsi.
Così prendevano tutte le parti che potevano trasportare e ripartivano.
Ah, se avessero potuto portare con sé le pelli che ora cominciavano a scarseggiare, ma era difficile camminare nella neve carichi di cose.
Eppure portare gli animali uccisi sarebbe stata la loro salvezza, forse.
Erano anni che l'immagine di un grosso animale ucciso girava nella sua testa, e il grosso animale seguiva la sua tribù, ed essi quando avevano fame ne staccavano una parte e la gettavano sul fuoco. E l'animale con un pezzo di meno li seguiva alla prossima sosta, quando gli uomini ne staccavano ancora.
Ma gli animali morti non si muovono, figurarsi poi se camminano, e quelli vivi non hanno piacere che si stacchino loro dei pezzi per metterli sul fuoco.
Così gli diceva la sua testa ed egli un po' si meravigliava che avesse ragione.
Ma intanto era piacevole cercare una soluzione al problema della sua gente.
Egli sedeva davanti al fuoco e pensava, anche se non sapeva che si chiamasse così quello che stava facendo.
Sedeva, e con gli occhi chiusi vedeva immagini che nessuno aveva ancora visto.
E volò con gli uomini uguali a lui su grandi uccelli luminosi, poi corse lungo sentieri coperti di neve, lui che da anni non muoveva le gambe. E con lui correva altra gente, e nessuno si stancava mai. Poi attraversò una grande acqua, senza bagnarsi i piedi.
Alla fine riaprì gli occhi e si ricordò di dove era vissuto finora.
"Devo trovarla dentro questa caverna la soluzione. Il resto sono soltanto figure nella mia testa. Non si avvereranno mai, mentre invece adesso abbiamo bisogno di poter portare le nostre cose con noi".
Parlò a voce alta, e si spaventò accorgendosi di parlare con sé stesso.
Il fuoco vicino alle donne si andava spegnendo. Avrebbe dovuto gettarvi un po' di legna, per questo cercò la forza di trascinarsi fin là.
E fu mentre si avvicinava alla brace ormai fioca che si trovò sopra alcuni rami posati per terra.
Si accorse di potersi muovere con meno fatica se scivolava sui legni che rotolavano.
Rimase immobile per un momento, poi provò ancora a muoversi.
Sì, funzionava, poteva muoversi per piccoli tratti senza doversi trascinare, e se poteva farlo lui perché non avrebbe potuto farlo un animale, per quanto pesante?
Per diverso tempo rifletté su quello che aveva nella testa, poi con uno sforzo disegnò sopra una parete di roccia la descrizione di quello che aveva immaginato.
E mentre disegnava dimenticò di ravvivare il fuoco.
Non era venuto bene il disegno, che nella sua mente era persino colorato. Però gli uomini della tribù erano abituati a vedere le sue immagini e avrebbero potuto capire come funzionava il sistema.
Infine, per non correre rischi sistemò anche dei pezzi di legno uno vicino all'altro posandovi sopra una pietra.
"Ecco, io ho trovato quello che ho potuto, adesso tocca agli altri di continuare". Disse guardando la sua opera.
Chiunque avrebbe capito.
Contento di aver fatto un'ultima cosa per le persone che gli volevano bene, si addormentò stanco, proprio mentre la notte finiva e le stelle si spegnavano una dopo l'altra.
Più tardi uno dei ragazzini si svegliò tremante di freddo.
La luce entrava dall'apertura della caverna e dal buco in alto dal quale di solito usciva il fumo, ma il fuoco stava per spegnersi e non sarebbe stato facile procurarsene di nuovo.
Questo lo sapevano anche i bambini.
Il ragazzo si precipitò verso i pezzi di legno che il vecchio aveva sistemati sotto la pietra per spiegare la sua scoperta e li posò nella cenere ancora calda, poi cominciò a soffiare per far tornare la fiamma.
Nell'agitazione nessuno notò che il vecchio dormiva e neanche si accorsero che non erano solo le sue gambe ad essere fredde ormai.
Fuori, la neve aveva ripreso a cadere, in quell'inverno che sarebbe durato più di quelle persone che lo guardavano spaurite da dentro una caverna fredda.

Horst Fantazzini (Accaeffe), 8/9/1998.