Horst Fantazzini

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Libero Fantazzini

I cognomi delle famiglie antifasciste del Comune di Bologna - Lettera F (.pdf)

Biografia

Nasce il 14 gennaio 1906 a Bologna, da Raffaele e Adalgisa Pasi; detto Libero dal Fosco. Manovale edile, ha frequentato le scuole elementari. Il padre è iscritto al PSI, ma soprattutto è un dirigente della sezione bolognese del Sindacato Italiano Ferrovieri; nel luglio del 1919 viene denunciato per istigazione allo sciopero. Verrà licenziato nel 1923 a causa della sua partecipazione allo sciopero del 1°- 2 agosto 1922 indetto dall'Alleanza del Lavoro. F. frequenta fin da giovanissimo il gruppo anarchico bolognese di Porta Galliera. Il 1° ottobre 1921 viene assolto per insufficienza di prove dal pretore di Bologna da oltraggio alle forze dell’ordine; per lo stesso motivo è assolto il 24 novembre da porto abusivo di bastone animato. Durante il citato sciopero dell’Alleanza del Lavoro il sedicenne F. ha almeno uno scontro a fuoco con i fascisti, restando ferito ad una gamba: viene arrestato presso l’ospedale dove si reca per farsi medicare. Nel novembre dello stesso anno è condannato dal tribunale di Bologna a 10 mesi di carcere con la condizionale; sconta tuttavia 4 mesi di reclusione che gli vengono ulteriormente comminati. Dopo la scarcerazione assume il soprannome di Libero. Il 30 aprile 1923 partecipa ad un’altra sparatoria nella quale resta ucciso un fascista, ma riesce sfuggire alle autorità rifugiandosi in Francia. Viene iscritto nella Rubrica di Frontiera per il provvedimento “da arrestare”, nell’Elenco dei Sovversivi attentatori o comunque capaci di atti terroristici e nel Bollettino delle Ricerche per il provvedimento di fermo. Il 10 gennaio 1924 è condannato dalle autorità Francesi a sei mesi di prigione per furto ed espulso, ma sotto il falso nome di Libero Sisti. Risiede soprattutto in Francia, dimorando a Parigi e a Metz, dove negli anni successivi svolge anche l’attività di distributore di stampa anarchica (“Il Risveglio Comunista - Anarchico” e “Fede!”); cambia spesso identità (Luigi Gurioli e Getrioli, Umberto Guerra) trasferendosi anche in Belgio, Germania e Svizzera. Si accompagna con Bertha Heinz, figlia di un minatore della Saar. Nel gennaio 1932 rapina una tabaccheria a Bezons in Francia: arrestato, il 25 gennaio riesce ad evadere dal carcere di Versailles, ma nel giugno successivo viene fermato dalla polizia svizzera per un furto in una chiesa di Basilea ed uso di passaporto falso. In agosto è riconsegnato alle autorità francesi e condannato a 18 mesi per il furto nella tabaccheria e ad un anno per evasione. Durante la detenzione spedisce a Bologna presso i genitori la compagna Bertha e la figlia Pauline di 2 anni. Scrivendo alla famiglia, F. rivendica la dignità morale delle proprie azioni incolpando la disoccupazione dilagante derivata dall’organizzazione sociale, e spiega perciò di avere “attaccato quel capitale che è in mano ai miei aguzzini”. Nel gennaio 1934 esce dal carcere, si trasferisce nella Saar e sposa Bertha per evitare una nuova espulsione da parte dell’Amministrazione della Società delle Nazioni che governa la regione. In quella zona trova finalmente un’occupazione e nel febbraio 1935, approfittando della buona condotta tenuta ultimamente, scrive una supplica strumentale al Duce per tentare di far reintegrare sul posto di lavoro due postini bolognesi, Ivo Goretti e Gaetano Franceschi, licenziati per aver recapitato di nascosto alcune sue missive. In questo periodo F. si sposta frequentemente sia per motivi lavorativi che di militanza politica, per quest’ultima attività in maniera assolutamente clandestina anche perché ha ancora delle pendenze con la giustizia francese ed è conosciuto dalla polizia di vari paesi. Uomo d’azione, non ama comunicare per lettera e ancora meno scrivere articoli o lasciare tracce di qualsiasi tipo: oltre a svolgere opera di assistenza e mutuo soccorso ai compagni rifugiati in Francia, forse si reca anche in Spagna durante la guerra civile. Con il ritorno della Saar alla Germania ricominciano le traversie. Nel luglio 1938 viene denunciato per avere criticato in pubblico il regime nazista: la polizia lo incarcera in ottobre in occasione della visita di Hitler, ma siccome i testimoni non avevano confermato la denuncia è rilasciato subito dopo la partenza del Fuhrer. Il 4 marzo1939 nasce presso l’abitazione della famiglia di F. ad Altenkessel (vicino a Saarbrucken), il secondo figlio Horst. Durante il conflitto mondiale F. è sorvegliato e poi ricercato dalle autorità tedesche. Nei suoi frequenti spostamenti entra in contatto con elementi della Resistenza e riesce a rientrare in Italia per parteciparvi. Negli ultimi mesi della guerra la Gestapo si presenta nell’abitazione della famiglia di F., il quale fugge dalla finestra per nascondersi in un bosco nei paraggi: i nazisti sparano all’impazzata e lo ricercano accanitamente, ma senza trovarlo. Nel maggio del 1945 si trasferisce stabilmente a Bologna. I fascisti in città sono oggetto di alcuni “regolamenti di conti”: nel quartiere di F., la Bolognina, si sparge la leggenda di un misterioso “uomo dal mantello nero” che sopraggiungendo in bicicletta uccide a colpi di mitra i fascisti. Nel 1948 F. viene accusato di omicidi, ferimenti ed attentati ai danni degli ex seguaci del Duce: incarcerato, viene assolto e rilasciato l’anno successivo. Aderisce alla FAI ed è tra i principali artefici della riorganizzazione del movimento anarchico bolognese, operando specialmente sul fronte dell’antifascismo e della ricerca di sedi per il movimento. Già animatore del circolo anarchico di Via Mirasole, nel ’68 prende in affitto con pochi compagni (fra cui Gino Fabbri, intestatario del contratto) i locali di una cantina in via Paglietta che, dopo la ristrutturazione eseguita da lui stesso, diventano la sede del “Circolo C. Cafiero” e della Libreria Circolante. Sempre durante gli anni ’60, dopo la morte di Bertha, trova una nuova compagna nell’attivista anarchica Maria Zazzi. F. e la Zazzi rappresentano un punto di riferimento insostituibile a livello locale, nazionale ed internazionale per gli anarchici che vivono o frequentano la città felsinea negli anni ’60 e ’70; la loro abitazione è sempre a disposizione dei compagni. Il 27 luglio 1968 Horst viene arrestato e comincia per lui un’interminabile odissea carceraria. Conosciuto come “il rapinatore gentile”, aveva compiuto da solo piccole rapine in filiali di banche ed uffici postali, usando armi giocattolo e preoccupandosi di tranquillizzare i presenti. Nel 1969 F. è tra i primi promotori delle campagne di controinformazione sulla strage di Stato di Milano: stampa migliaia di volantini e manifesti, ingaggiando anche una polemica con il direttore del “Resto del Carlino”. E’ uso girare in Lambretta con una scala a tracolla ed il secchio della colla tra le gambe per tappezzare la città con manifesti affissi molto in alto, in modo che non vengano strappati o coperti, e che restano visibili anche per anni. In occasione del “Golpe Borghese” del 7-8 dicembre 1970, viene allertato dai compagni dell’ANPI e riunisce in casa sua gli anarchici bolognesi per ogni evenienza. Promuove anche la richiesta al Comune di Bologna di locali come risarcimento di quelli espropriati dal fascismo (segnatamente la Vecchia Camera del Lavoro di Via delle Lame, sede dell’USI e degli anarchici bolognesi): grazie anche al sostegno delle organizzazioni partigiane, stipula nel 1973 con l’ente locale il contratto per la disponibilità del Cassero di Porta Santo Stefano, che diventa la sede del “Circolo C. Berneri”. Il 23 luglio 1973 Horst cerca di evadere dal carcere di Fossano (CN); l’episodio è narrato nel libro autobiografico “Ormai è fatta” (promosso da Dario Fo e Franca Rame ed edito da Bertani nel 1974) dal quale verrà tratto anche un film nel 1999, con il cantautore Francesco Guccini che impersona F. Dopo il fallimento del piano di fuga ed una rocambolesca sequenza di eventi con sparatorie e ostaggi, Horst viene crivellato da numerosi proiettili sparati dai cecchini: riesce miracolosamente a sopravvivere. Da allora tenta continuamente di evadere alla minima occasione. I magistrati non gli riconoscono la continuità del reato, e si “guadagna” ulteriori condanne per la sua partecipazione, durante gli anni ’70, a varie lotte e rivolte nelle carceri speciali (Asinara, Nuoro, Badu ‘e Carros ecc…) subendo a volte l’isolamento anche da parte dei prigionieri politici “comunisti”, dato che si dichiara ostinatamente anarchico e ne critica i metodi. Accumula così una lunga pena che sarebbe finita circa nel 2024. F. mantiene sempre un affetto profondo per un figlio dall’esistenza così sfortunata e di cui diventa tutrice la compagna Maria, ma preferisce non confondere l’attività militante con le vicende familiari. Si impegna invece a fondo in una campagna a favore dell’anarchico salernitano Giovanni Marini, che per difendersi da un’aggressione aveva ucciso un fascista: tra le varie iniziative, occupa nel 1974 la torre degli Asinelli insieme ad Elio Xerri, tenendola per una giornata ed ottenendo una forte risonanza a livello nazionale. Nonostante l’età ed i numerosi infortuni procuratisi nella sua attività di muratore (caviglie spezzate, un occhio di vetro ecc.), partecipa sempre animatamente a tutte le mobilitazioni cittadine antifasciste e contro le stragi di Stato, nonché ai congressi e ai convegni della FAI fino a quando, colpito da una paresi negli ultimi anni della sua vita, deve interrompere la militanza. Muore a Bologna il 14 dicembre 1985. Al suo funerale non possono partecipare, perché entrambi detenuti, il figlio Horst ed il nipote Loris Fantazzini. Horst riceve la beffa del permesso due giorni dopo la cremazione. Il 24 dicembre 2001 si spegne anche Horst nel carcere bolognese della Dozza, dopo 33 anni di galera quasi ininterrotta.

Biografia tratta dal Dizionario biografico degli anarchici
italiani
, BFS editrice.

FONTI: ACS, CPC, ad nomen.

BIBLIOGRAFIA: scritti su F.: Un ricordo di Libero Fantazzini, “Umanità Nova”, Carrara, 19 gen.1986; W. Siri, Lutti nostri – Alfonso Fantazzini, “Umanità Nova”, Carrara, 2 feb. 1986; C. Cossu, Vita di un ladro gentile, “Diario della settimana”, Milano, 21 aprile 1999; P. Cacucci e P. Diamante, Era quasi fatta, “A – Rivista Anarchica”, Milano, estate 1999; Testimonianza dattiloscritta il 15 feb. 2003 di Saverio Nicassio, Vincenzo Tallarico, Elio Xerri; Testimonianza dattiloscritta il 3 aprile 2003 di Patrizia Diamante.

Tomaso Marabini, Roberto Zani (24 aprile 2003)


da "Umanità Nova" n. 18 del 29 maggio 2011, anno 91

Libero dal Fosco (fin del secolo morente)

Aggiungiamo un po’ della nostra storia. Questa volta ricordando Alfonso Fantazzini dai più conosciuto come Libero. Questo nomignolo[1] lo collega al movimento anarchico degli inizi del novecento. Libero dal Fosco richiama il noto “Inno della rivolta” di Luigi Molinari dove il “fosco fin del secolo morente” è l’epoca delle cannonate di Bava Beccaris contro il moti per il pane a Milano nel 1898 e dell’insurrezione della Lunigiana del 1894.
Libero è l’elemento di congiunzione, assieme a Vindice Rabitti, di quel movimento che tentò la rivoluzione nel primo novecento e che riscattò nella resistenza l’infamia delle dittatura, e il movimento che tentò l’assalto al cielo negli anni 60 e 70 del novecento.
E per il “cassero”, l’edificio che ospita il circolo anarchico Camillo Berneri di Bologna, è l’artefice.
E’ alla sua iniziativa che si deve il “riconoscimento” da parte del comune di Bologna di quell’impegno che le forze antifasciste avevano preso nel fuoco della resistenza affinché agli antifascisti fosse restituito ciò che la dittatura aveva confiscato o distrutto.
Per i “giovani” degli anni ‘70, Fantà come veniva amichevolmente chiamato, è la tradizione. Attivo militante della FAI (assieme a Gino Fabbri e Mario Barbani, fra gli altri) riesce ad essere elemento attivo del “movimento” che anche allora è caratterizzato principalmente da gruppi e collettivi “non-federati” che nascono e finiscono nel volgere delle diverse stagioni di lotta.
La sua casa, nella quale convive con Maria Zazzi[2], è una delle tante sedi del movimento ed anche una delle tante “case comuni” dove molti fuori-sede trovano ospitalità e un punto di riferimento per la contestazione dell’ordine delle cose esistenti.
Ma i suoi posti pubblici sono i circoli anarchici: prima il circolino di via Mirasole; poi il circolo “Cafiero” di via Paglietta 5; infine il “Berneri” dove Libero si spende nella ristrutturazione dei locali (prima adibiti a bagni pubblici) per farne una sede atta ad ospitare le attività del movimento (assemblee, una piccola tipografia, gli spazi per le redazioni dei giornali locali, di settore ed anche per riviste “nazionali”, uno spazio per la radio). Ed ancora le strade e le piazze, nonché le “torri”: lo ricordiamo ancora ad occupare la torre degli “Asinelli” (assieme al “libraio” anarchico Elio) per protestare contro la detenzione di Giovanni Marini. La campagna per la liberazione di Giovanni Marini (un compagno salernitano arrestato per essersi difesa da un’aggressione fascista nella quale perse la vita uno degli aggressori, Falvella, siamo nel periodo ‘72-’73) vide Libero in prima fila, sia a Bologna che a Salerno dove si distinse (alla sua veneranda età) per l’azione di autodifesa delle manifestazioni e delle assemblee contro i reiterati attacchi dei fascisti.
A Bologna, i “vecchi”, si ricordano ancora i suoi manifesti (spesso firmati con il nome di battaglia “Libero dal Fosco”) affissi a 3 metri da terra affinché fosse difficoltosa la disaffissione e le sue lunghe polemiche con il direttore de “il Resto del Carlino”, l’allora Girolamo Modesti, che indicava negli anarchici dei pericolosi nemici della “quiete pubblica” imbastendo campagne di criminalizzazione. E i manifesti di Libero iniziavano, immancabilmente, così: “ E’ cosa nota. Gli anarchici aborrono la violenza ….” parafrasando un libro di Luigi Galleani da cui spesso riprendeva anche il noto motto “Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale”.
L’attacchinaggio di manifesti per Libero era un’arte: pennellessa; scala di legno da 3 metri; secchio della colla; rotolo; il tutto montato sul ‘48 e via. Quando qualche fascio cercava di infastidirlo durante i suoi “giri di propaganda” doveva desistere. E non solo i fasci gli “giravano alla larga” ma anche gli sbirri e gli stalinisti. Ricordo un racconto di Gino Fabbri a proposito della necessità di difendere le conferenze pubbliche degli anarchici dagli attacchi degli stalinisti, nel periodo ‘50-’58 anche con le pistole in tasca.
Sì, perché, Libero sapeva essere anche duro e risoluto. A volte incuteva un certo timore anche a noi “giovani di allora”.
Libero era poi noto anche per le vicende del figlio Horst, il “bandito cortese”. Si traccia un ritratto arcigno di Libero nel libro (e soprattutto nella ricostruzione cinematografica) “Ormai è fatta”; in realtà, Libero, pur criticando apertamente alcune scelte e stili di vita di Horst, non gli fece mai mancare la sua solidarietà umana e di compagno, supportando e anche partecipando attivamente a diversi tentativi di evasione del figlio.
A presto una scheda più completa sul sito del “Berneri”.

WS

[1] Per tutte le note biografiche: Dizionario biografico degli anarchici italiani, BFS editrice. Vo1 1 (A-G) nota redatta da Tomaso Marabini, Roberto Zani (24 aprile 2003)
[2] http://circoloberneri.indivia.net/le-nostre-storie/maria-zazzi-una-donna...

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