Horst Fantazzini

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Articoli

Carcere ed esclusione sociale
di Marco Bonfiglioli, Educatore, Casa Circondariale di Bologna

In questi giorni stiamo preparando con un gruppo di detenuti della Dozza il progetto per un nuovo giornale. Non so ancora se riusciremo a realizzare questa idea, ma certamente uno dei titoli possibili che ci è venuto in mente per la testata può essere un buon spunto di riflessione. Abbiamo infatti pensato di chiamare il giornale «La Corte dei Miracoli». Un bel titolo se, come credo, vuole esprimere quello che rappresenta nell'immaginario collettivo di chi ci vive dentro, detenuto od operatore che sia o almeno di una parte di essi. E invece, ed è qui che volevo arrivare, mi chiedo quale sia la rappresentazione del carcere che ha l'uomo della strada, insomma la casalinga di Voghera, il piccolo imprenditore del Nordest, il pensionato con la minima o comunque chi del carcere si è fatto in genere un’idea stando fuori da questa istituzione, magari però filtrata dagli organi di informazione (più spesso dagli organi di "disinformazione") o dall’ultimo film in cui la rappresentazione dell'ambiente carcerario offre spazio agli ennesimi stereotipi. Oggi come ieri, quando senti parlare del carcere i luoghi comuni continuano ad andare per la maggiore. Si è solo determinata una progressiva evoluzione di questi luoghi comuni.

Attualmente non senti più affermare solo che il carcere è un albergo a quattro stelle dove hai anche la tv in camera (o in cella come mi trovo spesso a precisare nelle discussioni in cui sempre più di rado mi faccio coinvolgere) ma che la pena deve essere certa, e che il cittadino ha bisogno di maggiore sicurezza e così via fino a discutere dei problemi, d’altra parte molto sentiti, della microcriminalità e del suo contenimento anche sul piano dell’esecuzione penale.

Credo sia giunto il momento di approfondire l'analisi su ciò che l'opinione pubblica pensa sul carcere. In realtà questa percezione è molto più sfumata di quanto non si creda e condizionata certamente da un sentimento diffuso di insicurezza che sembra aleggiare in genere nelle società occidentali. E continuando ancora a ripercorrere gli interrogativi dominanti in materia di giustizia, da dove viene allora il sentimento di forte insicurezza che sembra pilotare, a destra e sinistra, e non solo in senso geografico, le politiche di tolleranza zero che sembrano andare per la maggiore, e si stanno diffondendo dai paesi anglosassoni al resto delle società occidentali in questa tarda modernità?

Ma andiamo per ordine. Il buon senso e l'esperienza quotidiana di chi lavora in carcere portano a dire che il carcere non riabilita e non può neanche assolvere questo compito per come è strutturato. Forse questo significa che il carcere non può riabilitare perché buona parte delle persone che oggi vi sono ristrette, non dovrebbero in realtà starci. Mi spiego. Non voglio dire che i reati non vadano sanzionati penalmente, ma dubito fortemente che ogni forma di violazione penale debba avere come risposta sanzionatoria il carcere.

In Italia ci siamo sempre applicati con poca serietà all’esercizio della misurazione dei risultati degli interventi in materia di esecuzione penale. Basterebbe avere finalmente dati reali sulla recidiva per capire che questo sistema non funziona e che di fronte a molte tipologie di reato la risposta penale del carcere non può essere efficace. Se oggi il carcere deve assolvere alla funzione di produrre sicurezza sociale, in realtà compie questo compito in modo inadeguato.

È invece evidente come l'esperienza del carcere, anziché funzionare come deterrente, incentivi i fenomeni di esclusione sociale e quindi di produzione della devianza. La persona detenuta in carcere vive quotidianamente delle situazioni di deprivazione, direi un surplus di sofferenza, che non è la "sofferenza legale" determinata dalla privazione della libertà e che inevitabilmente porta alla chiusura in se stessi e a difendersi da tutto ciò che è anche offerto in chiave di aiuto, di recupero di un progetto di vita.

Mi è capitato recentemente di entrare in un grande carcere del nord Italia per partecipare ad un convegno sull'affettività. Avendo dovuto lasciare all'ingresso ogni effetto personale, compresi chiavi e portafoglio, ho potuto percepire in quel momento quanto sia deprivante l'esperienza del carcere, quale barriera si sovrapponga tra la persona e tutto ciò che gli appartiene, compresi corpo e affetti. Proviamo a fare a meno, per un momento, ed è solo un piccolo esempio, delle foto dei figli, della compagna e di quegli elementi che costituiscono il nostro universo personale, che ne sono i segni, che ne richiamano il significato, e riusciremo ad avere una prova in più dei limiti dell’esperienza carceraria. Carcere allora come extrema ratio? Le nostre prigioni sono in realtà sempre più affollate da quella categoria di persone che possiamo definire gli "ultimi" e, più laicamente, gli "esclusi".

In questi anni di lavoro mi sono fatto l'idea che dentro le carceri italiane ci sia un 70-80% di persone che in carcere non ci dovrebbe stare, perché appunto la penalità non può essere solo espressa dall’istituzione carcere, che è diventata sempre di più un ambiente, come dicevo prima, di esclusi, o meglio di persone la cui esclusione non rimane solo una condizione pro tempore, per il tempo della carcerazione, ma una condizione esistenziale. Dobbiamo dire queste cose con ancor più forza, far capire che siamo arrabbiati per questa situazione. Poi mi diranno che sono dalla parte dei ladri, delle prostitute e dei "tossici", non importa, perché alla fine se in galera ci finiscono soprattutto loro vuol dire che il sistema non funziona. Certo, l’attuale Presidente del Consiglio afferma che non dobbiamo più parlare di microcriminalità ma di criminalità con la "c" maiuscola e così, intanto, si parla sempre meno di criminalità organizzata e degli altri grandi fenomeni delinquenziali.

Ieri ho rivisto a Padova la compagna di Horst Fantazzini, un detenuto che ha vissuto gli ultimi anni di carcerazione alla Casa Circondariale di Bologna. L'ho conosciuto dopo che lui si era fatto 30 anni di carcere. Ha ottenuto infine la semilibertà e a dicembre è tornato a fare una rapina in banca in bicicletta. In quel momento fu un colpo duro per me come operatore ma ancora di più lo è stato pensare che è riuscito a morire in carcere. Lo prendevo in giro su questo fatto, chiamandolo "dinosauro della galera" e dicendo che comunque in carcere non ci doveva morire e invece, dopo essere stato riarrestato, la vigilia di Natale, è venuto a mancare improvvisamente.

Se fosse qua oggi gli direi che ha ragione la sua compagna quando scrive su un articolo apparso sulla rivista della Casa di Reclusione di Padova, «Ristretti», che il carcere tende a «sopprimere i colori, a fermare il tempo, a restringere gli spazi, ad annullare la personalità, a far regredire le persone ad uno stato di dipendenza assoluta, ad uniformare i comportamenti, ad esprimere regolamenti anche in campo affettivo, a separare gli amanti». Ecco, direi che di questo carcere non abbiamo più bisogno.