Horst Fantazzini

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Ricordando Horst Fantazzini

Avevo sperato di conoscerlo, finalmente, il giorno in cui a Bologna uscì "Ormai è fatta", il film tratto dal suo libro autobiografico. Ma ancora una volta, l'ennesima, per Horst Fantazzini non si volle concedere ciò che per altri sarebbe stato normale: neppure quel paio d'ore pomeridiane da trascorrere in una sala cinematografica, godendosi almeno una soddisfazione in un'intera vita agra.
Enzo Monteleone decise di girarlo dopo aver trovato il libro "per caso" (ma esiste il "caso"?) su una bancarella dell'usato o dell'invenduto... E lui, come anche Stefano Accorsi, aveva conosciuto Horst andando a trovarlo in carcere per discutere dei mille dettagli del film in progettazione, e me ne parlò come di un uomo di profonda dolcezza e istintiva simpatia, con cui si era instaurata una collaborazione immediata, schietta, amichevole.
Io, invece, "Ormai è fatta" l’avevo letto praticamente appena era stato pubblicato, e anche qui per i "casi della vita" (sempre pensando che forse il "caso" non esiste), lo leggevo nello stesso periodo in cui conoscevo suo padre Libero, quando mi trasferii a Bologna e presi a frequentare il Cassero di Porta Santo Stefano, dove il "vecchio" Fantazzini era una presenza costante assieme alla compagna Maria, coppia che ai miei occhi di ventenne ancora colmo di entusiastici propositi, appariva a dir poco "leggendaria"... Ricordo però che Libero non parlava volentieri di Horst, e quando lo faceva camuffava l’amarezza e la malinconia con qualche frase un po’ burbera, lui che era sempre così bonario e disponibile con chiunque e in qualunque situazione... Horst, ai suoi occhi di ottantenne che aveva afferrato la vita per le corna senza rassegnarsi a nessun destino che non fosse quello da lui scelto, faticava non poco ad accettare il "destino" di un figlio finito sulle prime pagine come "rapinatore gentile" quanto scalognato, e sicuramente al vecchio partigiano, al combattente anarchico che andava fiero del proprio passato e lottava contro un presente saccheggiato dai cialtroni di sempre, bruciava troppo quel tono patetico con cui certa stampa dipingeva il figlio a cui non ne andava bene una, e che continuava a tentare evasioni impossibili ottenendo soltanto un accanimento feroce e ottuso, comunque spietato e violento come Horst non era e non sarebbe mai stato. Da vecchio padre, poi, chissà che strette al cuore ogni volta che vedeva quella copertina di "Ormai è fatta", con Horst crivellato di pallottole e coperto di sangue dopo la fallita fuga da Fossano...
L'uscita del film fu l'occasione per una iniziativa di solidarietà all'uomo divenuto l'emblema di un caso giudiziario abnorme e abominevole: persino i pluriomicidi non trascorrono più di trent'anni in carcere, e quella sera Stefano Accorsi, che ha interpretato il giovane Horst, e Francesco Guccini, nel fugace ruolo del padre Libero, parteciparono non come attori del film ma come cittadini indignati contro quell’accanimento di una giustizia ingiusta. Ma, come si leggeva nel retro di copertina del suo racconto autobiografico, la domanda è se "una società ingiusta può emettere condanne giuste"...
Alla fine (e non immaginavo fossimo così vicini alla "fine" di questa storia), Horst l'ho potuto abbracciare soltanto pochi mesi fa, quando aveva ottenuto la semicarcerazione (perché passare la notte in galera non è "semilibertà", la libertà o è tale o non è, non ci sono modi per spezzettarla e frammentarla), e in poche ore mi ha confermato ciò che già immaginavo: avevo di fronte un uomo che era riuscito straordinariamente a mantenere intatta la dolcezza d'animo, malgrado trentaquattro anni di prigionia, di sogni calpestati, di folli imprese al limite del suicidio, di rivolte disarmate e pestaggi vigliacchi, di mille ingiustizie enormi o piccolissime, ma non per questo meno brucianti, compresa quella che gli aveva impedito di vedere il "suo" film, fosse stato anche con gli schiavettoni ai polsi e due guardie ai lati...
Quando è tornato dentro per l'ultima – mancata – impresa sgangherata, con l'umiliazione di apparire più patetica che criminosa, la categoria di cinici e superficiali che vanno comunemente sotto la definizione di "benpensanti" hanno malpensato: "Visto? Era e resta irrecuperabile...". Ma chi potrebbe mai giudicare il gesto di un uomo che ha subìto trentaquattro anni di non-vita senza aver mai tolto la vita a nessuno?
E adesso che il cuore di Horst si è fermato, penso che i cuori dei ribelli, chissà, forse continuano a battere nei cuori degli altri ribelli che restano e dei ribelli che verranno... Perché nessuno muore mai del tutto finché c’è qualcuno che lo ricorda, finché resta viva la memoria di quei battiti affidati magari a un libro, a un film, ma soprattutto a quel sorriso dolce e un po’ venato d’amarezza, il sorriso di chi non si rassegna e sogna ancora, malgrado tutto, malgrado il mondo che ci ritroviamo attorno...


Pino Cacucci
da "Rivista anarchica" - febbraio 2002