Horst Fantazzini

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Polvere di Pinguino

Racconto di Marco Biazzetti dei concerti dedicati a Libero e Horst Fantazzini

L'ANGOLO DELL'ARTISTA

MARCO BIAZZETTI Viaggi e racconti

POLVERE DI PINGUINO MARCO BIAZ

Ladies and gentlemen,
questa è la storia dei Polvere di Pinguino. Cinque ragazzi carraresi destinati a cambiare la storia del rock and roll. La loro breve vita è stata scritta su tovaglioli di carta seminati nei bar e locali di Carrara e dintorni. Cinque anni in cui il rock è risorto e morto definitivamente…

Tasso Tassinari era il chitarrista ruggente della band più promettente di tutte le galassie rock, punk, new wave e pop del nostro Paese. Non era poca roba se riferita al periodo, anni ’80: il momento peggiore o migliore per abbracciare uno strumento e combinare qualcosa. “L’ondata dei “prendi i soldi e scappa”, che avrebbe imbarbarito ogni forma artistica, era ancora in fase di rodaggio, e in Italia le case discografiche lungimiranti si contavano sulle dita di una mano…”

Lungo Ratti alla voce. Un metro e novantacinque centimetri di corde vocali sopraffine. Era talmente bravo che quando tutto è finito lo hanno chiamato quelli dei “prendi soldi e scappa”, per proporgli di fare i coretti di dance music inglese. “Ve lo vedete voi l’uomo che ha scatenato le folle dei nostri concerti, il physique du rôle della rifondazione rock, una via di mezzo tra Jim Morrison e Iggy Pop fare uh-uh-ah-ah in disco?”

Squalo era il batterista. Piccoletto, di difficile approccio con il pubblico, ma quando era in forma batteva come nessun altro. Aveva un martello pneumatico al posto delle bacchette.

Cutro alla chitarra solista. Virtuoso all’inverosimile e geologo di fama toscana, spesso dovevano aspettarlo fino a notte fonda per provare.

E infine Umberto, il bassista. Oltre al rock, aveva una cosa sola in testa, e i concerti erano il mezzo migliore per procurarsela.

Ma dopo aver presentato il gruppo, passiamo ai cinque anni che hanno riabilitato e poi ucciso definitivamente il rock. Inizierei dal nome del gruppo. Polvere di Pinguino. Burroughs c’entra e non c’entra: Lungo e Tasso avevano colto tra le sue righe parole come “polvere” e “pinguino”. L’idea iniziale era Pinguini, ma gli altri insistettero per inserire anche Polvere, ben sapendo che tale vocabolo va usato con parsimonia: cela in sé il buio e la luce.

Abitavano tutti all’ombra delle Apuane. Che si può dire di questa città, Carrara? Mare, marmo, nostalgici di Stirner e Bakunin, sgabei, panegacci, testaroli, baccalà marinato: un posto dove nessuna Glasnost ha intaccato i quasi secolari intrallazzi tra amministrazione comunale e gestori delle cave. L’immobilismo sinistroide, il cheta non movere mota chetare delle mummie filo brezneviane era l’humus ideale per partorire un effetto rock ribelle. I Polvere di Pinguino sono andati oltre. Si sono proposti di somigliare a tutti e a nessuno in un posto dove tutto era già considerato valore aggiunto. In un certo senso, la breve fortuna dei Polvere di Pinguino fu che, a parte gli Unti e Bisunti, che per un breve periodo tentarono di graffiare le marmette di qualche sala da ballo, il rock a Carrara non era ancora arrivato. Il primo che mise sul piatto un singolo dei Dead Kennedys, tal Brunetto, lo ascoltò per diversi giorni a 33 giri e poi si vantò di aver scoperto un nuovo complesso blues californiano…

S’incontrarono per caso, a una festa filo-anarchica con il solito casino organizzato sulle tavole: testaroli al pesto, lardo di Colonnata e numerosi fiaschi di bianco di Luni. Il padrone di casa, Davidone, tastierista degli Unti e Bisunti, aveva chiesto a tutti di portare della musica, ma loro, vai un po’ a capire per quale strana ragione, si erano portati dietro strumenti, amplificatori e casse comprese. L’entrata di Squalo fu simile allo scoppio di una bomba a mano: lasciò cadere a terra la batteria e la gente fece un salto così per lo spavento. Calmi. La scintilla decisiva scoppiò quando Lungo tirò fuori l’armonica e attaccò con un pezzo country-rock che mandò tutti in visibilio. Non si conoscevano. Non sapevano di avere in comune una passione travolgente: gli Stooges di Iggy Pop. Con la coda dell’occhio Tasso scorse Cutro che sfilava la chitarra dalla custodia, Squalo che avvitava i piatti, Umberto che accordava il basso: si rese conto che stava accadendo qualcosa d’importante, al di là di ogni immaginazione. Ci vollero pochi minuti per mettere a punto la rivoluzione sonora di Carrara: una versione di Born to Be Wild da tramortire gli invitati fino all’alba.

Erano nati.

Dopo il remix di Born to Be Wild, arrivò Alabama Song. Il 3 agosto 1985 suonarono alla festa di Gragnana. Il successo fu tale che quando se ne andarono nipotini di Malatesta seppellirono la loro auto sotto una pioggia di margherite. Tra loro c’era un rappresentante di medicinali di Cairo Montenotte con la passione per il rock, che gli propose d’incidere un disco. Il primo lavoro, un 45 giri, uscì a dicembre dello stesso anno per la sconosciuta casa discografica Lily. Da una parte Alabama Song e dall’altra Open My Hands, il tutto dedicato alla memoria del grande anarchico Libero Fantazzini, morto da poco. Fu un successo incredibile.

Nel 1987 uscì il primo LP per la Cobra di La Spezia, dei Mango Brothers, filibustieri di professione. Lo intitolarono Polvere di Pinguino. La graduatoria annuale indetta dal noto mensile Rockerilla tra tutti i suoi lettori, li fissava ai primi posti, dietro solo a CCCP, Litfiba e Diaframma. Erano lanciati e li chiamavano dappertutto per suonare. In poco tempo girarono, l’Italia, il Nord Europa e la Penisola Iberica in lungo e in largo. Non stavano mai fermi. Chi fiutava il rock, li ascoltava, sicuro che lo avrebbero salvato da una triste deriva.

Il mini LP Electric Tribe, sempre per la Cobra, arrivò come un treno senza orari e controllo. Un ceffone sonoro che si scaricò sulla faccia dei pochi detrattori (“Sì, perché qualcuno c’è sempre e fa bene anche alla pelle”). Su tutti un critico di Rockerilla che non sopportava l’accento inglese di Lungo. Secondo lui, dovevano cantare in italiano. Un idiota che non aveva tutti i torti. Il disco fu ristampato diverse volte e fu dedicato al figlio di Libero Fantazzini, Horst, in carcere dal 1968 senza mai avere ucciso una persona. Ogni volta che salivano sul palco, cantavano una canzone per lui, e alla lunga questi omaggi finirono per causare alla band non pochi grattacapi. Difficile essere altruista senza avere le spalle coperte.

Il 1990 iniziò con un concerto in provincia di Torino piantonato di sbirri in borghese. Per provocazione dedicarono tutta la scaletta all’autore di “Ormai è fatta!”. La gente saltava urlando: via-via-la-polizia! Passarono la notte in caserma. Volevano i nomi dei complici che avevano aiutato Horst Fantazzini a evadere dal carcere di Alessandria. C’era da piangere, la buttarono sul ridere, con Umberto che mostrava agli agenti i numeri di telefono delle ragazze conosciute durante la serata. Parecchi. Si sentivano come i Doors, dopo il famoso concerto in cui Morrison si era sbottonato la patta e aveva mostrato il suo bastone alla folla. Non era una sensazione gradevole. “Accennare all’ingiustizia nel bel mezzo dei nostri concerti non significava cercare un pretesto per sentirsi liberi a tutti i costi. Il palco serve per stare più in alto, e noi non eravamo pupazzetti che sparavamo decibel senza un minimo di materia grigia.”

Ci volle poco per capire che i giochi di prestigio della tolleranza “democratica” sono infiniti, e che l’autonomia di pensiero ha spesso davanti a sé un plotone d’esecuzione. Gli sbirri si cambiarono l’abbigliamento casual e si rimisero le divise. Di fronte al palco, al buio, i loro piedi battevano al ritmo di Born to be Wild.

Se da una parte il “Bandito Gentiluomo”, Fantazzini, non sarebbe uscito di galera grazie ai loro appelli da tutti i palchi italiani, dall’altra la Records aveva messo gli occhi addosso al gruppo dopo l’uscita di Electric Tribe. Li seguirono durante i concerti in cui fecero da spalla ai Dream Syndacate, ai Miracle Workers, a Paul Roland, nei centri sociali e alle feste di carnevale notando che le loro esibizioni spesso oscuravano i big della serata, finché non li contattarono direttamente. “Ci dissero una cosa sola: se volete restare bambini dovete diventare grandi.”

La Records, gente; la Records! I Polvere di Pinguino stavano per lasciarsi alle spalle CCCP, Litfiba e Diaframma. Li convocarono a Milano. Non era ancora primavera e per la gioia fecero il bagno nel mare con i cappotti addosso. Le coppiette che passeggiavano infagottate sulla spiaggia, mano nella mano, li scambiarono per tedeschi ubriachi e chiamarono i Vigili Urbani. Gli interrogatori non finivano più.

Il viaggio fu preparato nei minimi dettagli. Capelli in ordine, ben agghindati ma senza esagerare. Per nessuna cosa al mondo si sarebbero scordati il monito di Thoreau: “Guardatevi da tutte le imprese per le quali occorrono abiti nuovi”.

Gli strumenti erano accordati a puntino.

Una segretaria alta, molto svestita e con i capelli a caschetto li fece accomodare in una saletta con divanetti di velluto viola, tappezzata di dischi d’oro e fotografie di Lucio Battisti. L’attesa si faceva lunga e Cutro tirò fuori la chitarra dalla custodia e iniziò a strimpellare un pezzo degli MC5. Dopo pochi secondi la segretaria molto svestita entrò nella saletta e, furibonda, chiese se erano diventati matti.

Non avevano portato i dischi, ma gli strumenti. Volevano colpire al cuore la più nota casa discografica d’Italia, e il suo grande boss Lapo Tristan. “Gli volevamo fare sentire il nostro ruggito, senza giradischi o mangianastri a filtrare la nostra forza dal vivo, le acrobazie erotico-canore di Lungo Ratti.”

Lapo Tristan li accolse dopo ben due ore di snervante attesa. Era un quarantenne soprappeso, inforcava un paio di occhiali da sole gialli, i capelli lunghi biondi, le mani ingioiellate, collana d’oro al collo, le basette curate. “Avrebbe potuto farsi un lifting integrale che, con la faccia che si ritrovava, sarebbe rimasto una sorta di bulldog..”

Per precauzione, perché non si sa mai, perché una segretaria molto svestita, anche se della Records, è oggettivamente inaffidabile, per tutta una serie di cose avevamo deciso di non lasciare gli strumenti nella saletta delle attese. L’ingresso nell’ufficio del grande boss fu piuttosto rumoroso ma, tutto sommato, rapido. Posarono le loro cose per terra e sfoggiarono il sorriso più bello.

Il grande boss si sforzò di sorridere: aveva un’aria scazzata da montare in macchina e riprendere l’Autostrada del Sole. Strinse le mani. Non disse una parola. Anche se nascosti dietro l’orpello degli occhiali gialli, i suoi occhi non li stavano guardando: erano fermi sui loro strumenti. La situazione si congelò per secondi interminabili. Non volava una mosca. Tra le pareti tappezzate di foto di artisti famosi, la noia prendeva forma. Fu lui a sciogliere il ghiaccio, cominciando ad annuire vistosamente. Come se, tutt’a un tratto, gli fosse preso un tic e non riuscivi più a fermarlo. Ma non parlava. Quando lo fece, li ricongelò nuovamente.

Il suo dito era puntato all’altezza delle loro gambe.

“Che cosa sono quelli?”

Per un istante un dubbio attraversò le loro menti: il posto, è quello giusto? Perché le custodie di basso e chitarre erano tradizionali e, detto in confidenza, solo i doganieri di Ceuta, avrebbero avanzato qualche sospetto. La batteria parlava da sé: Squalo aveva pensato bene di iniziare a montarla nella saletta. Fu la dignità del loro istinto a impedire di rispondere. Restarono lì, muti e immoti, uno accanto all’altro, a seguire la sua testona bionda che oscillava su e giù. Dopo un po’ lui appoggiò le mani sulla scrivania, accanto a uno strano aggeggio nero e quadrato con tre pulsanti: verde, bianco e rosso. Le dita tamburellarono nervosamente attorno all’aggeggio, il suo respiro si fece pesante, poi premette quello bianco e un attimo dopo entrò la segretaria molto svestita.

“Mi dica” gracchiò lei.

“Non so per quale motivo i signori abbiano portato dentro questa roba, ma io adesso ho un incontro importante con le Polvere di Pinguino e voglio che l’ufficio sia sgombro. Non è un magazzino, diamine!”

La ragazza strabuzzò gli occhi e si rivolse a Lungo balbettando: “Ma-ma voi…”

“Già” sbottò il cantante.

“Forse non ci siamo capiti, signor Lapo, ma loro sono i Polvere di Pinguino.”

“C’era sicuramente stato un malinteso. Il grande boss si aspettava di vedere entrare nel suo ufficio cinque splendide ragazze, la versione italiana delle New York Dolls, e le nostre facce non le digerì affatto…”

“E’ sicura?” chiese, assumendo una rigidità stonata.

La segretaria confermò con un cenno del capo.

Lapo Tristan si accigliò, poi la congedò e rimise gli occhi sui nostri strumenti.

“Cosa sono quelli?”

Sì, avevano delle aspettative. Inutile negarlo. E anche un po’ di timore. Come quando si ha a che fare con qualcosa di nuovo che può cambiarti la vita. Spesso accade che ciò che ti aspetti, che può in ogni caso avere sfumature insolite, si riveli completamente diverso. A quel punto non subentra la delusione, ma la convinzione di sprecare energie, che tutta la fatica psico-fisica, le notti in bianco per l’adrenalina che esce a fiotti dai pori della pelle, sia stata una sciocca perdita di tempo. Basta un uomo, con tre pulsanti davanti, verde, bianco, rosso, che per qualche arcano motivo ha deciso di pulire la suola delle scarpe proprio sul tuo cervello.

“Chitarre, basso e batteria” sospirò Lungo, dopo un po’. Frugò in una tasca del giubbotto di jeans e gli mostrò il suo strumento preferito. “Questa è la mia armonica.”

Ecco che, finalmente, Lapo Tristan cambiò espressione. Il faccione da bulldog si contrasse, gli occhi divennero attenti come quelli di un gufo, incrociò le dita e posò le mani sulla scrivania.

“Io ho bisogno di ascoltare i vostri dischi” sussurrò.

“Li abbiamo lasciati a casa” continuò Lungo.

“Ma-ma come sarebbe a dire che avete lasciato a casa i dischi?”

“Dal vivo rendiamo il doppio” spiegò Lungo. “Siamo pronti a dimostrarglielo.”

Lapo Tristan scosse il capo e riprese a tamburellare le dita attorno ai pulsanti tricolore.

“Non… non avete portato i dischi?”

“Abbiamo un progetto, un grande progetto. Ci porti in uno studio di registrazione e resterà a bocca aperta” insisté Lungo.

“Grande progetto? Studio di registrazione?” Il grande boss schiacciò un sorrisino cattivo e smise di annuire, il capo rimase chinato, sguardo fisso sulla tastiera tricolore, per un secondo li sbirciò ad uno ad uno e poi sollevò un dito e pigiò il pulsante verde. La musica di Jean Michel Jarre si diffuse nell’ufficio. Le ante dell’armadio giallo canarino che aveva alle sue spalle si aprirono automaticamente, e un piano mobile automatico tintinnò in avanti colmo di bottiglie e bicchieri. Lapo Tristan allungò un braccio e pescò una bottiglia dalla strana foggia in mezzo a una decina di whisky. Era uno scotch stravecchio, di quelli sopraffini, che ti fanno andare giù di testa.

“Qualcuno detesta il malto?” chiese.

Non attese nemmeno la risposta: allineò sei bicchieri di fronte a lui e con un gesto abile ne versò due dita dentro.

“Mettetevi comodi e parliamo di cose serie.”

Erano le quattro del pomeriggio. C’erano cinque sedie giuste appostate di fronte alla scrivania e si sedettero.

“Avevamo già capito che cosa gli frullava nel cervello. Avrebbe appiattito, normalizzato e standardizzato ogni nostro respiro, concerto, Fantazzini padre e figlio, Stirner e Bakunin. Sulla copertina del nostro disco avrebbe stampato una bella A cerchiata con il faccione di Bresci all’interno. Non saremmo stati né i primi né gli ultimi. Che fare? Non era un quesito per anarchici…”

“La verità? La verita è che tra la Records e il whisky abbiamo scelto quest’ultimo…”

Il grande boss tirò indietro la sedia e appoggiò le mani sui fianchi. Lo scotch andò giù come acqua, dopo due sorsi. Era, era, era una cosa superba, sublime: berla ti faceva sentire come un bel frisone che galoppa sulle Highlands, spinto dai versi di un vecchio bardo. Squalo fu il primo a riallungare il bicchiere e il grande boss lo riempì con altre due dita di quel malto meraviglioso. Gli altri lo imitarono poco dopo.

“Lapo Tristan ci dette corda, senza rendersi conto che noi avevamo già scelto di mandarlo a quel paese. Fingemmo di stare attenti al contenuto della bottiglia e parlammo a ruota libera del nostro progetto di salvare il rock, volutamente prigionieri di un intricato dribbling di se, ma, non so, vediamo…”

“E a me non importa fico secco dei vostri progetti!” sbottò tutt’a un tratto, esasperato dal loro traccheggiare. “Io voglio sentire i vostri dischi, adesso, qui, comodo sulla mia poltrona. Mica posso mettere a disposizione uno studio a tutti i gruppi e cantanti che seleziono quotidianamente. La Records fallirebbe dopo una settimana!”

Per un tratto ebbero come l’incubo di rimettere i piedi nella realtà. La cavalcata sulle verdi colline scozzesi sembrava finita, il bardo ammutolito. Ma riprese quasi subito, più emozionante di prima. Cutro e Tasso inforcarono le Fender, Umberto il basso, Squalo tirò fuori le bacchette, Lungo fece due gorgheggi e poi attaccarono con “Burning Fields”, la canzone più amata di Electric Tribe. Gli strumenti erano scollegati, e si sentivano soltanto la batteria e la voce del Lungo che s’infilavano come saette tra i corridoi della Records.

Il grande boss li guardò con una selva di emozioni che gli vorticavano negli occhi, poi si passò le mani nei capelli, tirò un lungo respiro e premette il pulsante rosso. “Restammo in quell’ufficio per circa un’ora, e gran parte del tempo la passammo a riflettere su cosa stava dietro a quei tasti…”

Erano vestiti puliti, i capelli in ordine che meglio non si poteva, di anarchia nemmeno mezza parola, eppure gli sbirri arrivarono lo stesso, dopo circa venti minuti.

Lapo Tristan aveva sentito fiumi di elogi sul loro conto, non voleva guardarli negli occhi, capire l’origine di un così puro talento, il progetto di salvare il rock, palpare la loro potenza dal vivo: Lapo Tristan voleva ascoltare il disco della più promettente band del momento seduto in poltrona, in compagnia di un whisky sensazionale, di quelli che ti fanno andare giù di testa, e poi li avrebbe bollati come anarchici.

“Invendibili. Gli anarchici sono l’unico prodotto che il mercato non assorbe…”

Ma c’era un’alternativa: passare dalla parte dei “prendi i soldi e scappa”. Accettarla sarebbe stato com’eclissarsi improvvisamente tra le sfumature di un ricordo. Un ricordo che, a poco a poco non ti prende più a calci, che ogni giorno che passa richiede sempre più tempo per riaffiorare. “Ma il vero fastidio è che quando tutti i giorni saranno passati, e non basterà più chiudere gli occhi, immaginare, spremere questa memoria fino all’ultimo sorriso che abbiamo lasciato su un palco, faremo un bel falò con chitarre, basso e batteria perché non ci piace raccontare grandi storie che suonano come delle immense bugie.”

Il grande boss davanti, immobile, una fila di sbirri dietro, pronti ad ammanettarli. Sembrava tutto finito. Niente gloria, niente salvezza per il rock.

“Ma che avete nella testa?” tuonò Lapo Tristan. “La Banda Bonnot?”

Potevano andarsene, continuare a suonare i loro istinti, magari chiamare qualche amico di Milano e sfruttare la trasferta per un concerto al Leoncavallo. Meglio così. Ma dopo aver raccolto gli strumenti, si trovarono davanti un muro di sbirri. Pancia indentro, petto infuori.

Non c’era più un filo di ragionamento che pulsava. Mentre Litfiba e CCCP viaggiavano con il vento in poppa verso il successo (Diaframma in vistoso calo), con concerti recensiti sui maggiori magazine del settore, ai Polvere di Pinguino toccava affrontare il guaio più serio della loro vita. Il destino di rockstar senza legami non era più tanto scontato. “Sarà pur vero che le strade che portano alla gioia sono diverse per ognuno di noi, ma anche i conti non tornano alla stessa maniera…”

Non una parola. In caserma restarono sedici ore, interrogati a più riprese sui nuovi progetti di evasione da parte di Horst Fantazzini. Alle otto del mattino fecero colazione in un bar sui Navigli. Dopo il cappuccino Umberto infilò qualche moneta in un telefono pubblico e chiamò la segretaria molto svestita della Records. Lapo Tristan si era addormentato sulla poltrona dell’ufficio canticchiando Like a Virgin, di Madonna.

Perché li avevano convocati alla Records? Per quale motivo? Impossibile capire. Ci rinunciarono immediatamente. Ma lo sconforto, l’incredulità veniva fuori senza sosta, difficile da scacciare via in un battibaleno: era come rimuovere i progetti che hai costruito per anni senza un motivo valido. E’ così e basta. Tre pulsanti tricolore, una faccia da bulldog e un whisky da farti andare giù di testa.

“In seguito è stato tutto più difficile, se non impossibile. C’incartavamo tra gli strascichi di quella vicenda, snobbati da chi conta davvero, ingessati nel bel mezzo delle tracce lasciate da band senza un filo di progetto, che hanno sfruttato il sistema dei ‘prendi i soldi e scappa’…”

I Polvere di pinguino riuscirono a pubblicare ancora un CD, con nuove sonorità, perché non potevano frenare la loro curiosità indomita, ricerca, identità: i loro progetti per rivitalizzare il rock. Il CD uscì per Yellow, di Sanremo. Vendettero un migliaio di copie.

“Eravamo propensi per diventare la rock and roll band più famosa del mondo? Come gli Stones, i Beatles? Non lo so più. Ma eravamo pronti a ribellarsi facendo qualcosa di bello. Difendere le ragioni di un anarchico non significava cercare un pretesto per farsi pubblicità a ogni costo: era un modo come un altro per aprire una finestra quando l’aria si fa pesante e cominci a sudare. Il sudore, per noi, era e rimane il fiume che scorreva durante i nostri concerti.”

I Polvere di Pinguino sono scomparsi. Di loro non si sa più niente. Nemmeno a Carrara, dove alcuni dei loro dischi sopravvivono nelle collezioni di qualche anarchico. Tuttavia quest’ultimo pezzo di storia della band, ** scritto da Cutro, geologo di fama toscana svanito nel nulla, è l’unico biglietto trovato lontano da un locale di Carrara e dintorni, precisamente in una stanza dell’ Hotel Excelsior di Rapallo, il 29 settembre 1999.

Strano. Dai bar polverosi di Carrara, inzuppati di nichilismo, a uno degli hotel più famosi d’Italia, cinque stelle de luxe. Una zolla di terra preziosa, o una brillante carriera sotto altre spoglie, altre facce?


Marco Biazzetti