Horst Fantazzini

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Ormai è fatta!
Prefazione

fossano 23 luglio 1973: foto di horst dopo la sparatoria
fossano 23 luglio 1973: foto di horst dopo la sparatoria

Per molto tempo i giornali hanno descritto Horst il "rapinatore gentile", "il bandito cortese", lo trattavano persino con simpatia perché, rapinando banche, lo faceva con assoluta mancanza di violenza, usando rivoltelle giocattolo e ringraziando con un sorriso.
La sua prima arma vera Horst l'ha usata in carcere, a Fossano, e gli stessi giornali hanno scritto che era un bandito sanguinario, un uomo violento e senza pietà. Pochi giornali però hanno messo in evidenza che "il rapinatore gentile" era stato condannato a trent'anni di carcere e che la sua violenza era forse solo esasperazione per essere stato messo in un vicolo cieco senza più alcuna speranza per il futuro.
Io conosco Hosti (noi lo chiamiamo così) da ormai vent'anni e sono orgogliosa d'essere la sua compagna. Perché? Perché, conoscendo Hosti, come uomo, conoscendo il suo animo, la sua personalità, sapendo per quali strade è giunto al punto dove si trova, i miei occhi, il mio cuore vedono in lui l'uomo migliore del mondo.
Quando lo conobbi non avevo ancora sedici anni e lui ne aveva diciassette. Hosti faceva l'impiegato e alla sera andava a scuola, io facevo l'operaia. Era l'estate del 1956, ero al fiume con i miei parenti e fu là che vidi Hosti la prima volta. Rimasi subito colpita da quel ragazzo pieno di vita che cercava i punti più alti per tuffarsi nel fiume ed incitava i suoi amici a fare altrettanto.
Ad un certo momento uno dei suoi amici mi indicò a Hosti, lui mi guardò e lo sentii dire: "Ma dai! Non vedi che è una bambina?". Mi fece una rabbia! Dopo un po' si rivestì, poi prima di partire con la sua motocicletta tutta sgangherata venne a sedersi accanto a me. Ricordo quel giorno come oggi. Hosti indossava un paio di blue-jeans malandati e una maglietta rossa e mi prendeva in giro perché facevo la sostenuta.
I miei parenti non volevano che io lo frequentassi, ma noi ci vedevamo di nascosto. Poi, quando spiegai che faceva l'impiegato e che alla sera studiava, cambiarono opinione e acconsentirono che ci vedessimo a condizione che venisse "in casa" e che ci presentasse i suoi genitori.
Vent'anni fa c'erano un sacco di formalismi da rispettare.....
Ricordo che quando Hosti venne per la prima volta in casa nostra era serio serio e mi disse che si sentiva come un topolino che per mangiare un pezzetto di formaggio s'apprestava ad entrare in una trappola. Disse però anche che, dato che il formaggio ero io, nella trappola entrava "quasi" volentieri. Fu così che cominciò la nostra storia.
Quasi un anno dopo Hosti fu licenziato e la colpa è anche un po' mia.
Dato che i miei parenti non ci lasciavano quasi mai soli, Hosti escogitò un trucco: lui telefonava al mio posto di lavoro spacciandosi per mio cognato e dicendo che ero malata e che non potevo venire a lavorare. Io telefonavo al suo ufficio dicendo che ero la sorella e raccontando le stesse bugie. Tutta la giornata la passavamo al fiume o in campagna a fare l'amore. Un giorno un collega di Hosti ci vide e raccontò al padrone che non era vero che era malato e Hosti fu licenziato.
Quando mio cognato lo seppe non volle più che vedessi Hosti e mi mandò a Napoli dai miei genitori, ma io scappai, tornai a Bologna e mi rifugiai dai genitori di Hosti. La sua mamma mi voleva molto bene e il suo babbo mi disse che, se ci volevamo bene, era naturale che stessimo insieme e che lui avrebbe fatto finta di avere due figli. Dopo un po' i miei genitori diedero il consenso e ci sposammo. Per volere di Hosti ci sposammo solo con il rito civile e ricordo ancora che il sindaco scherzò sul fatto che avevamo 35 anni in due e mi regalò un gran fascio di garofani rossi a nome del comune di Bologna. Il giorno dopo eravamo entrambi al nostro posto di lavoro: Hosti s'era messo a fare l'operaio e io avevo ripreso a lavorare nello stesso posto di prima.
Il nostro matrimonio fu uno sbaglio perché eravamo troppo giovani per affrontare da soli la vita. Hosti era orgoglioso e questo, che è forse uno dei suoi pregi più belli, io lo consideravo un difetto. Voleva fare tutto da solo, rifiutava l'aiuto di suo padre che avrebbe fatto qualsiasi cosa per questo suo figlio così strano, così pieno di luci ed ombre.
Eravamo pagati entrambi da apprendisti, lavoravamo come degli adulti ma ci pagavano come dei ragazzi. Ricordo che nei primi tempi Hosti faceva degli straordinari, lavorava dodici ore al giorno, si sforzava di seguire dei corsi per corrispondenza per continuare negli studi.
Dopo un po' di tempo Hosti, sempre per il suo orgoglio, non volle più che mangiassimo con i suoi genitori e la nostra camera da letto diventò anche la nostra cucina e la nostra sala da pranzo. Ricordo - e lo ricordo con tenerezza - che il nostro tavolo era una cassa da imballaggio ricoperta da una tovaglia. In quel periodo io ero felice, i sacrifici non mi pesavano ed era con gioia che alla sera tornavo a casa per preparare la cena ed attendere che tornasse dal lavoro il mio Hosti. Stavamo veramente bene insieme ed Hosti era l'uomo più tenero e gentile del mondo. Però io capivo che lui soffriva, spesso era serio e triste, si sentiva umiliato perché non poteva darmi una bella casa, dei bei mobili, dei bei vestiti.
I suoi genitori m'aiutavano a sua insaputa; spesso la mamma mi dava un po' di soldi di nascosto, preparava per me la nostra cena, mi comprava un vestito oppure qualcosa che serviva per la casa.
Hosti non voleva figli e faceva complicati calcoli sul calendario per stabilire i giorni nei quali doveva fare attenzione. Ogni tanto litigavamo ma erano cose normali tra due giovani e facevamo sempre la pace.
Hosti non usciva mai da solo alla sera, stavamo sempre in casa a fare l'amore, la nostra settimana era una lunga attesa della domenica per potere avere una giornata tutta per noi. Spesso Hosti si sfogava con me facendomi lunghi discorsi che io non capivo. Mi parlava delle ingiustizie che ci sono al mondo, della povera gente che era sempre solo sfruttata, mi parlava d'una società futura nella quale tutti gli uomini sarebbero stati uguali e dove l'unica legge sarebbe stata quella dell'amore e della fratellanza. Quando io gli dicevo che era troppo bello, che era un sogno, che una cosa del genere non si sarebbe mai realizzata, lui si arrabbiava e mi diceva che non bisognava solo abolire le classi come diceva suo padre, ma che bisognava abolire anche la famiglia che secondo lui era un nucleo d'egoismo ed era alla base d'ogni disuguaglianza e che al posto di tante famiglie bisognava formare un'unica grande famiglia nella quale tutti erano uguali e ognuno doveva fare parte di tutto.
Io non lo capivo il mio Hosti quando diceva queste cose, ma oggi il mio Loris, nostro figlio, fà gli stessi discorsi e allora capisco che suo padre, quasi vent'anni fa, aveva ragione.
La mia vita è il presente e le mie speranze sono nel futuro ed è con dolore che rievoco questo passato, ma voglio farlo perché tutti capiscano che Hosti non è mai stato un ragazzo cattivo, che in lui non ho mai visto la minima crudeltà e che in una società un po' più giusta anche noi avremmo potuto essere felici.
Hosti cominciò a fare degli sbagli e ogni nuovo sbaglio era la conseguenza di quelli precedenti. Aveva appena diciannove anni quando, dopo alcuni giorni trascorsi in prigione, tentò il suicidio appena ritornato a casa.
Fu salvato per miracolo, ma si rinchiuse ancora di più in sé stesso. In quell'occasione mi aveva scritto una lunga lettera di giustificazione, era una dura accusa alla società nella quale eravamo costretti a vivere. Mi dispiace d'averla strappata perché rileggendola oggi mi sarebbe più facile capire e fare capire il mio Hosti d'allora.
Hosti continuava a lavorare, ma era insofferente e cambiava continuamente lavoro: operaio, di nuovo impiegato, rappresentante, pizzaiolo, barista. Era molto intelligente e data la giovane età, la conoscenza delle lingue straniere, trovava lavoro con grande facilità ma sempre per uno stipendio irrisorio.
Due anni dopo il nostro matrimonio nacque il nostro Loris, Hosti aveva vent'anni. Ricordo la sua gioia di quel periodo. Quando venne a prendermi all'ospedale per portarmi a casa mi disse: "Annina, devi essere fiera perché sei tu che hai fatto questo bambino!". Un giorno mi fece venire nel bar dove lavorava perché voleva che tutti vedessero nostro figlio. All'anagrafe litigò con un impiegato: Hosti voleva mettere un nome straniero a nostro figlio, ma allora era ancora in vigore una legge fascista che lo vietava. Dopo aver rischiato di prendere una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, ripiegò sul nome Loris per nostro figlio. Quando tornò a casa mi disse che nella nostra bella società democratica non si ha neppure il diritto di mettere al proprio figlio il nome che si desidera.
Passati i tre mesi dopo il parto, decisi di riprendere il mio lavoro, dato che lo stipendio di Hosti non bastava per noi tre. Hosti non volle, disse che, anche se aveva l'età d'un ragazzo, aveva il diritto allo stipendio d'un padre di famiglia e che avrebbe dovuto bastare il suo lavoro. Cominciò a portare a casa più soldi del solito, comprammo i nostri primi mobili, ricordo la gioia di Hosti quando mi comprò un vestitino, il primo da quando eravamo sposati.
Dopo alcuni mesi l'arrestarono sotto l'accusa d'avere rapinato un ufficio postale. Loris aveva sei mesi, io diciannove anni.
Hosti dovette stare in carcere ben cinque anni. Mi è molto penoso ricordare quel periodo. I nostri rapporti si guastarono ed io tornai a Napoli dai miei genitori con Loris. Fu un periodo molto difficile per me e ne ricordo solo umiliazioni e dolori.
Mi ammalai gravemente e fui anche ricoverata in una clinica per malattie nervose e mentali. Quando Hosti fu liberato, io stavo veramente molto male. Avevo disturbi alla vista e all'udito, forse causati dagli innumerevoli elettro-schock che m'avevano fatti, ero strana.
Tornai a Bologna e stetti un po' con Hosti in casa con i suoi, rimasi incinta... Poi decidemmo che sarei tornata a Napoli dai miei per proseguire le cure. Lui doveva stare a Bologna perché era in libertà vigilata, avrebbe trovato un lavoro, un appartamento per noi, dopodiché io sarei tornata a Bologna.
Ma non fu così. L'incomprensione sorta tra me e Hosti continuò a tenerci divisi. Iniziammo le pratiche per la separazione legale, io fui di nuovo ricoverata in clinica, ma questo Hosti lo seppe solo molti anni dopo. Non seppe neppure che fui ricoverata due volte per un distacco della retina all'occhio sinistro.
Hosti si era messo a rapinare banche e un giorno seppi che l'avevano arrestato a Genova.
[...]
La mamma di Hosti morì che lui era in carcere. Dopo pochi mesi Hosti evase. Da quel momento e per lungo tempo ebbi sue notizie solo dai giornali.
Due - tre volte al mese l'accusavano di rapina in banca, i giornali parlavano lungamente di lui, lo chiamavano "La primula bolognese" "il rapinatore gentile" ecc.
Sembrava che Hosti volesse sfidare da solo il mondo intero, scriveva lettere di scherno alla polizia perché non riuscivano ad arrestarlo. So che in quel periodo Hosti ha cercato più volte di vedere i ragazzi (...), ma noi non abitavamo più a Napoli e lui non lo sapeva. Dopo un po' di tempo i giornali smisero di parlare di lui, si pensava fosse andato all'estero.
Infatti, circa due anni dopo l'arrestarono in Francia. Riuscì a fuggire pochi mesi dopo, ma lo ripresero subito. Ci riprovò di nuovo e allora lo seppellirono a Clairveux, il peggior carcere francese.
Questi anni sono stati duri per Hosti e per me. Io ho fatto ogni genere di lavori, anche la donna di servizio nelle case dei padroni. Quando l'umiliazione prende alla gola, allora si sente il desiderio di ribellarsi e se non lo si può fare è perché ci sono due figli da tirare su, almeno però si comincia a riflettere e anche se non si capisce granché di politica non è difficile individuare le cause di un'ingiustizia che si è sperimentata sulla propria pelle. Molti direbbero (e lo dicono) che la causa d'ogni dolore è Hosti e per un po' di tempo l'ho pensato anch'io, ma non è così, le cause vanno ricercate in una società che accetta solo schiavi e padroni e schiaccia chi non s'adegua a questa regola. Ci sono milioni di schiavi che non sanno d'esserlo e vivono contenti all'ombra del loro padrone chiusi nel loro piccolo egoismo.
Certo, se al posto di sposare Hosti avessi sposato un tranquillo impiegato che ogni mese porta a casa un sicuro stipendio, non avrei conosciuto tanti dolori e forse mi sarei persino convinta d'essere felice, avrei divisa la mia esistenza con un morto che crede d'essere vivo e anch'io sarei stata una specie di cieca con delle bende colorate sugli occhi. Il mio dolore è frutto dell'amore che porto a Hosti, di questo mio Hosti del quale forse solo io conosco il vero volto, le qualità più belle, l'onestà morale, la tenerezza, l'altruismo, la lealtà, l'intelligenza, l'orgoglio, il coraggio. Se non ci fosse stato questo amore non ci sarebbe il dolore, ma non ci sarebbe neppure la speranza che mi fa sentire viva, perché Hosti è meravigliosamente vivo e trasmette la sua voglia di vivere anche a me e ai nostri figli. Da quando ci siamo ritrovati, il nostro Hosti è entrato con prepotenza nella nostra vita. Una dolce prepotenza.
Ricordo, quando fu estradato dalla Francia, il nostro primo colloquio a Bologna.
[...]
Venne il primo processo a Bologna e seppi che quando gli avevano chiesto perché mai se la prendesse solo con le banche, Hosti rispose che a rubare ai poveracci ci pensavano i padroni, quindi lui aveva scelto le banche.
Hosti non era per nulla cambiato. Non sarebbe cambiato mai. Gentile ma testardo come un mulo, orgoglioso come sempre. Mi venne in mente il ragazzo che al fiume sfidava tutti tuffandosi da altezze incredibili.
Gli diedero quasi dodici anni. Smise di andare ai processi e mandava lettere alla corte dicendo che sino a quando erano in vigore i codici fascisti lui avrebbe rinunciato a difendersi. In poco tempo mise insieme trent'anni di carcere. Erano passati pochi mesi dal colloquio di Bologna e lui si trovava a Fossano quando decisi di andarlo a trovare da sola. A Fossano non ci sono banconi, si può stare seduti vicini e i colloqui durano cinque ore. M'accorsi che stare con lui era bello come quando eravamo fidanzati, m'accorsi che gli avevo sempre voluto bene e che, senza saperlo, non avevo fatto altro che attendere quel momento. M'accorsi che lui sentiva quello che sentivo io.
Rimasi a Fossano tre giorni quella volta e ricordo che quando venne l'ora di partire non mi riusciva d'uscire dal carcere, piangevo come una bambina, un po' per la felicità ma anche per il dolore di doverlo lasciare lì dentro adesso che l'avevo ritrovato.
[...]
Vorrei anche essere capace di spiegare cosa hanno rappresentato per me questi ultimi due anni e mezzo, specialmente dopo i fatti di Fossano e Sulmona. I lunghi viaggi da un capo all'altro dell'Italia, i colloqui rifiutati, le liti con carabinieri e procuratori per poter vedere mio marito all'ospedale, mio marito che forse stava morendo, le perquisizioni umilianti, le lettere sequestrate, i colloqui di mezz'ora dopo aver fatto un viaggio di mille chilometri.
Il peso dei disagi sparisce ogni volta che entro nella sala colloqui, quando il mio Hosti mi dimostra la sua riconoscenza e il suo affetto accarezzandomi dolcemente i capelli, baciandomi con tenerezza il volto, quando m'accorgo che la sua gioia è grande come la mia, la sua gioia di stare con me, con i nostri ragazzi.
Non ho mai avuto vergogna di Hosti perché capisco e giustifico le sue reazioni a una situazione veramente ingiusta. Sono fiera di lui per la dignità e il coraggio che dimostra nell'affrontare una situazione veramente difficile. Da oltre due anni non fanno che trasferirlo, gli rifiutano cure adeguate con mille pretesti: ancora oggi il mio Hosti ha in corpo quattro pallottole. Eppure ogni volta che vado a trovarlo è lui che fa coraggio a me, si preoccupa per la mia salute malferma, per i miei occhi malati e riesce realmente a darmi coraggio e forza.
In questi anni ho anche imparato tante cose, ho visto tante ingiustizie, ho visto tante madri, sorelle, compagne di detenuti piangere perché i loro cari erano maltrattati o perché era stato trasferito chissà dove senza che la famiglia lo sapesse.
Nelle portinerie delle carceri si trova solo povera gente come me ad attendere, gente umile, indifesa, proletari che da sempre portano sulle spalle il peso dell'arroganza del potere.
No, non ho mai sentito vergogna. Rabbia e dolore sì, ma non vergogna.
[...]
Ecco, spero d'avere convinto anche voi sulla bellezza interiore di Hosti. Certo, quelli che si alzano la mattina per andare in un tribunale con la borsa piena d'anni di prigione da distribuire, non saranno d'accordo con quanto ho scritto così come non saranno d'accordo tanti direttori di carcere.
Ma che importa? Non era certo loro che mi proponevo di convincere.

Alcuni stralci dalla presentazione di Anna Fantazzini di "Ormai è fatta!" che si può leggere per intero nel formato pdf., Bertani ed. 1976