Horst Fantazzini

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L'Unità, 24 aprile 1999
Michele Anselmi


«Piccolo eroe» o «caso giudiziario» che sia, Horst Fantazzini (30 [anni] di galera scontati fino ad ora senza aver ucciso nessuno, forse uscirà nel 2024) avrà tutto da guadagnare da questo film affettuoso e avvincente che Enzo Monteleone gli ha dedicato. Dispiace che il festival di Cannes, così avaro quest'anno nei confronti degli italiani, non abbia voluto farci un pensierino sopra, perché Ormai è fatta! - immergendosi nei primi anni Settanta - racconta un'Italia poco frequentata dal cinema, e lo fa senza «punire» il pubblico al quale si rivolge: in una chiave di commedia d'azione dalle sottolineature perfino divertenti, ma pronto, con l'avvicinarsi dello showdown sanguinoso, a mutarsi in tragedia italiana. I lettori dell'Unità sanno di. che cosa si tratta: «bandito gentile» che rapinava le banche di provincia usando una pistola giocattolo, un po' alla maniera del George Clooney di Out of Sight, l'anarchico-spontaneista Horst Fantazzini si ritrovò a scontare una condanna a vent'anni che deve essergli parsa sproporzionata; sicché, per la prima volta nella sua vita, impugnò un'arma vera e tentò di evadere dal carcere piemontese di Fossano il 23 luglio del 1973. Fu un disastro: maldestro come l'Al Pacino di Quel pomeriggio di un giorno da cani, il Fantazzini ferì per errore tre guardie carcerarie e poi si barricò nell'ufficio del direttore tenendo in ostaggio altre due agenti di custodia. Dodici ore dopo, nel tentativo di scappare a bordo di un'auto facendosi scudo con quei due poveretti, fa colpito da sette pallottole ben mirate: doveva morire, invece la sfangò miracolosamente. Un anno dopo - recidivo - provò a scappare dal carcere di Sulmona e nel 1990 fece il tris: ogni volta ripreso. Vivacemente impersonato da Stefano Accorsi, bolognese come il vero Fantazzini, il personaggio assume nel film di Monteleone un tratto ancor più amabile: appare come un «irregolare» sfigato, un criminale sui generis incapace di sottrarsi al proprio destino, un ribelle ripudiato anche dal padre fedele all'ideale anarchico, sostanzialmente un uomo poco incline alla violenza (quell'ultimo proiettile pare volesse riservarlo per sé). Chissà come lo avrebbe reso Volonté, promotore di un film che non si fece mai. Nel trasportare sullo schermo la cronaca di quelle dodici ore «di un giorno da cani», sulla scorta di un libretto scritto dallo stesso Fantazzini, Monteleone ricostruisce un'estate italiana - non ancora toccata dal gelo degli anni di piombo - che sembra lontanissima e fa persino tenerezza: alla radio furoreggiava Pazza idea di Patty Pravo, la televisione aveva solo due canali (il secondo cominciava alle 21), di supercarceri e teste di cuoio non si parlava e i due agenti intrecciarono una curiosa amicizia col sequestratore, scambiandosi panini e confidenze. Dentro l'impeccabile confezione (bella la fotografia desaturata di Arnaldo Catinari) gli interpreti (dagli ostaggi Emilio Solfrizzi e Giovanni Esposito alla moglie Fabrizia Sacchi, dal magistrato Antonio Catania al direttore Antonio Petrocelli) si muovono senza una stonatura, restituendo l'aria del tempo e condividendo con l'autore la famosa domanda brechtiana che incombe sul film: «E più criminale fondare una banca o rapinarla?».